La storia della vestaglia che salvò la freelance

Questo è un racconto di Natale nella migliore tradizione Dickensiana. Contiene una morale utile, momenti di commozione, personaggi in cui identificarsi facilmente, e si legge comodamente da letto. Cara lettrice, è il nostro regalo per te.

C’era una volta una freelance squattrinata e volenterosa, che passava le sue giornate a rincorrere il sogno di un’attività prospera e appagante. Alla mattina si svegliava prestissimo, al massimo alle 6, perché aveva letto un blog post in cui si diceva che le persone di successo si alzano presto.

Appena sveglia si dedicava a 10 minuti di meditazione e 7 minuti di esercizio fisico, poi si lavava, e indossava con cura abiti e trucco come se dovesse uscire a incontrare un cliente importante. Si era documentata e sapeva che questa routine era fondamentale per chi lavora da casa, per mantenere un approccio professionale e dare il meglio di sé nel lavoro.

La sua giornata era scandita da una routine in equilibrio tra blocchi di tempo dedicato a determinate attività e sessioni di lavoro a progetto scandite da un timer a forma di pomodoro. Al mattino si occupava di smaltire la posta elettronica e programmare i post sui social network, distillando contenuti che spaziassero dall’ispirazione al dietro le quinte. Poi controllava la sua lista di tre cose importanti da fare e si tuffava nei progetti in corso.

Insomma, ce la metteva davvero tutta e nessuno avrebbe potuto accusarla di non guardarsi intorno alla ricerca di strumenti e buone pratiche per migliorarsi sempre. Identikit della cliente ideale? Lei l’aveva così chiaro da averlo trasformato in un poster a colori vivaci appeso di fronte alla scrivania. Piano editoriale? Aveva acquistato un quaderno rilegato a mano da una crafter della sua città e lo aveva compilato con cura con ogni dettaglio e sfumatura. Immagine della sua attività? Non aveva assunto professionisti perché ancora non poteva permetterselo, ma aveva frequentato un corso online e poi si era costruita gli strumenti base con cura.

Davvero, Postilla (la chiameremo così) era una freelance modello.

Eppure, non vendeva abbastanza per sopravvivere. Non c’era nulla da fare, per quanto mettesse infinita passione e cura in ciò che faceva, e tutte le sue clienti glielo riconoscessero con gratitudine, i numeri a fine trimestre erano appena sufficienti a coprire le spese… quando andava bene.

Postilla non si dava pace. Dov’era l’errore? Forse avrebbe potuto applicare quelle 5 tecniche rapide per aumentare le vendite di cui scriveva la sua blogger preferita. E giù a capofitto in una nuova sessione di studio e preparazione… che poi dava risultati deludenti perché a stento le restava il tempo per curarsi dei dettagli.

Postilla era certa che la sua idea imprenditoriale fosse buona. Era nata da un amore incondizionato per la grafica, materia in cui si era anche laureata a pieni voti, e che l’aveva portata a scoprire la tecnica di stampa letterpress e a lavorare presso uno studio importante. Aveva talento, glielo dicevano tutti quelli con cui aveva studiato e lavorato. Quando poi aveva cominciato a vendere le sue prime creazioni su Etsy, gli articoli erano andati subito esauriti e da lì il passo al mettersi in proprio era stato praticamente automatico.

Cosa, cosa, cosa mai non funzionava?

Postilla se lo chiedeva un pomeriggio mentre spingeva il carrello all’ipermercato. Vagava senza meta distratta dalle preoccupazioni al punto da non seguire la lista della spesa che aveva diligentemente compilato. E in questo suo vagare si ritrovò, quasi per caso, nel reparto abbigliamento di fronte a un espositore carico di vestaglie di ciniglia. Erano sintetiche, pelose e rosa caramella. Una specie di incarnazione del cliché da casalinga disperata del Wisconsin. Oggetti di tanta orrida kitschitudine che Postilla si interruppe nei suoi pensieri preoccupati e si fermò sul posto, come ipnotizzata. Non è che avesse davvero bisogno di una vestaglia. Il suo budget non ne contemplava l’acquisto, in ogni caso. Però quella particolare vestaglia sembrava chiamarla. Postilla controllò il cartellino… in fondo costava poco più di dieci euro. “Ma sì, dai, la compro”, si disse Postilla e impulsivamente infilò la vestaglia nel carrello.

Un improvviso senso di euforia l’avvolse, e senza neanche rendersene conto Postilla terminò la spesa senza pensieri preoccupati e se ne tornò alla casa/bottega.

La mattina seguente la sveglia suonò alle 5, Postilla terminò meditazione e esercizi, poi si infilò la vestaglia e si avviò a fare colazione. La vestaglia era così comoda che la colazione fu più lenta, ma le parve che tutto avesse un sapore più buono quindi si disse che era perfetto. Si alzò per andare a lavarsi e vestirsi, ma fuori la giornata si annunciava grigia e fredda e quando fece per sfilarsi la vestaglia sentì talmente freddo che decise di non togliersela.

Da quel punto la giornata prese decisamente una piega diversa dal solito. Quella vestaglia le faceva venire voglia di sedersi sul divano, invece che alla scrivania, così prese il portatile e si mise a lavorare dal divano, immersa tra i cuscini. Ogni tanto si appoggiava al morbido schienale e chiudeva gli occhi… era come se la vestaglia la rilassasse e facesse sentire stanca… I primi due giorni con la vestaglia furono una lenta discesa verso l’auto-indulgenza e il lassismo. Al terzo giorno Postilla era indietro con la lettura dei suoi blog preferiti e con la pubblicazione sui social network.

Al quarto giorno annullò l’iscrizione a 5 newsletter motivazionali.

Al quinto giorno si accorse di non avere voglia di partecipare ad alcuno dei gruppi Facebook delle community di cui faceva parte. Non voleva leggere incitamenti, consigli, chiamate alle armi. Invece le venne voglia di analizzare con un po’ di distacco il suo lavoro. Fu così che Postilla si rese conto che per quanto creative e splendide fossero le sue grafiche, non erano sufficientemente allineate con i trend che imperavano del settore e questo riduceva sensibilmente la sua quota di mercato potenziale. Poi Postilla osservò l’andamento delle sue ore di lavoro, che non erano diminuite, rispetto al periodo in cui lavorava per lo studio importante. Al contrario, erano aumentate di molto e le lasciavano spesso poco tempo per dedicarsi a ciò che amava davvero. Che, ora che era rilassata poteva confessarselo, non era solo la grafica, ma soprattutto il giardinaggio.

In quei giorni di riflessione avvolta nella sua vestaglia Postilla ricevette una strana offerta di lavoro, da un piccolo studio di grafica che lavorava con imprese importanti alla ricerca di soluzioni fuori dagli schermi. Avevano visto i suoi lavori e si chiedevano se avesse tempo o voglia di dedicare qualche ora anche a loro. Prima della vestaglia non avrebbe mai avuto il coraggio di accettare, si sarebbe sentita in colpa al solo pensarci, come se ritornare al lavoro dipendente fosse una sconfitta o un tradimento all’esercito di freelance di cui faceva parte. Ma le ultime settimane le avevano permesso di fermarsi, guardarsi dentro, e vedere con chiarezza ciò che voleva e cosa funzionava per lei.

E fu così che Postilla smise di rincorrere il sogno da freelance, che più non le apparteneva, per abbracciare il sogno di una vita che valorizzasse le sue qualità dandole il tempo di esprimerle al meglio. Con il primo stipendio acquistò un paio di pantaloni di pile e calde pantofole in tinta, da indossare nei week-end, con la vestaglia che le aveva regalato il coraggio di essere se stessa.

La morale è che non sempre seguire le regole è sufficiente, che fermarsi a volte è un ottimo modo per andare avanti, che l’ispirazione si cela nei luoghi più insospettabili, che essere te stessa è sempre una buona idea e che la forma non conta: come puoi fare davvero la differenza nel mondo con il tuo lavoro? Ecco, fai così 🙂

Pic Instagram Enrica Crivello

12 commenti su “La storia della vestaglia che salvò la freelance”

    • Grazie mille, Roberta! Sono felice ti sia piaciuta <3 Ci tenevamo che fosse davvero per voi l'ispirazione per ritrovare il tempo di essere voi stesse!

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  1. É gia il terzo post che leggo su c+B che parla di freelancers che scelgono o ritornano al lavoro fisso. Proprio adesso che inizio con la mia attivitá, mi mettete paura 🙁 Mi sto perdendo qualche cosa?… Rivoglio I post che mi mettono le farfalle nella pancia 🙂

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    • Ciao Laura! Grazie per il tuo commento: direi che 3 post su 580 la dicono lunga su come la pensiamo qui in redazione sulla vita da freelance, no? ?
      L’intento di questi post è duplice:
      1. Interiorizzare che il fine ultimo è lavorare bene ed essere utile al mondo con il tuo talento: la forma giuridica è secondaria.
      2. Far scoppiare un po’ la bolla dell’apologia del lavoro in proprio: non è per tutti, diciamolo senza peli sulla lingua. L’effetto “sto a casa, perdo tempo, non sono motivata, quindi faccio male il mio lavoro in proprio” ahimè è molto comune, soprattutto dopo qualche anno di casa e bottega.

      Fai bene ad avere un po’ di paura: è quella che ti fa stringere i denti, andare avanti e prendere la tua attività come una professione alla quale dedicarti non solo con passione, ma con competenza, organizzazione, cura per i dettagli, visione olistica di tutto ciò che è necessario fare non per mettersi in proprio, ma per restare in proprio per tanti anni.

      In bocca al lupo per la tua nascitura impresa!

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        • Laura, volevo prendermi anche io due righe per risponderti, con la rassicurazione fondamentale direi: il racconto l’ho scritto io che non solo continuo a essere freelance, ma sto anche disegnando un marchio e un sito tutti nuovi con un grande investimento 🙂 Insomma, niente panico! 😉

          Se ti va di sapere i retroscena di questo racconto, sappi che nasce dal mix di due spunti:
          1. la passione insana che ha colto me, Enrica Crivello e Francesca Marano per #lavestaglia del titolo. Quando la indossiamo ci sentiamo capaci di cose incredibili e allo stesso tempo coccolatissime, così mi è venuta l’idea di cercare di trasmettere quella sensazione anche a voi
          2. in un podcast americano ho sentito la storia di una grafica freelance che ha fatto il percorso descritto nel racconto e mi ha colpito la conclusione finale, davvero potente: non è che tornando dipendente lei abbia abbandonato creatività e missione che aveva da freelance, si è solo resa conto che in quel momento, il modo migliore per esprimerle era tornare dipendente. Non per forza per sempre, ma proprio per servire meglio la sua vocazione. Mi è sembrata una riflessione molto interessante e utile anche a noi

          Un abbraccio e grazie perché ci leggi con le farfalle nello stomaco!

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  2. Domanda -forse- fuori dal coro: dove posso trovare maggiori informazioni riguardanti la “teoria” presentata nella prima parte del post? Ovvero: vestirsi bene anche se si lavora in casa, lavorare a blocchi di tempo, ecc? Avrei bisogno di alcuni input motivazionali 🙂 Grazie e buone feste a tutte! R.

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