Il prezzo della creatività

‘Creatività’ è un concetto astratto che applichiamo alle cose più disparate, dal concepimento di un’impaginazione grafica alla progettazione di una linea di abbigliamento alle coperte a crochet che vendiamo su Etsy. Non c’è quindi da meravigliarsi se è così difficile associarle un prezzo che il mercato sia disposto a pagare.

Purtroppo nel momento stesso in cui decidi di metterti in proprio per svolgere una professione ‘creativa’ scommetti proprio sulla tua capacità di definire questo prezzo, farlo comprendere al tuo cliente di riferimento e convincerlo a pagarlo. Contemporaneamente ti fai carico tu stessa del prezzo (psicologico, sociale ed economico) di affrontare una professione dai confini spesso indefiniti.

Oggi cerchiamo di definire una formula (quasi magica) per mantenere in attivo il bilancio tra prezzo da far pagare e prezzo da pagare. Ovvero per farti pagare a sufficienza affinché fare un mestiere creativo in proprio ti convenga!

Che cosa vendi quando fai un mestiere creativo?

Per capire come definire il prezzo da dare al tuo prodotto/servizio devi capire quali risorse vanno nel realizzarlo. Tranquilla, ti aiuto io! Ci saranno sicuramente:

  • gli anni di esperienza che hai alle spalle
  • lo sforzo speso (anche economicamente) per sviluppare le tue capacità e acquisire nuove competenze
  • la cultura e il gusto che hai costruito e coltivato dalla nascita

Insomma, tu sei la risorsa principale che realizza il tuo prodotto/servizio.

Il prezzo che applicherai al tuo lavoro dovrà ricompensarti del tempo che hai investito per produrlo. Il prezzo della tua creatività dovrà in sostanza essere in grado di fornirti uno stipendio. Se non ci hai già pensato, comincia a pensarci adesso: quanto vorresti guadagnare in un anno? Scegli la tua Retribuzione Annua Lorda e il monte ore annuo, che sia un full time da 40 ore settimanali o un part-time da 24.

Affinché la tua creatività ti paghi lo stipendio che desideri, tu devi ovviamente farti carico di una serie di spese di esercizio:

  • mezzo di trasporto: abbonamento ai mezzi pubblici o automobile (acquisto/leasing, bollo, assicurazione, manutenzione, rimessaggio/parcheggio, carburante),
  • assicurazioni: salute, RC, e tutto quanto applicabile;
  • ufficio: affitto/spese di condominio, bollette, accesso a Internet, hardware (computer, stampante, scanner, fax…) e software, telefono (acquisto e bollette), hosting Internet, cancelleria e forniture;
  • spese amministrative: registrazioni, licenze;
  • fornitori professionali: commercialista, avvocato, notaio, designer di sito web e immagine professionale;
  • spese per marketing: progettazione e stampa di strumenti, gadget, packaging, spese per eventi, spese postali.

La formula del prezzo

I tuoi clienti dovranno pagare un prezzo che ti garantisca lo stipendio che meriti per le ore che hai deciso di investire nel tuo lavoro, e che ti rimborsi dello spese sostenute per realizzarlo. Il modo più semplice per assicurarti che questo avvenga è stabilire il costo orario del tuo lavoro, ovvero la somma della tua RAL desiderata e del totale delle spese annue che sostieni per l’impresa, diviso per il numero di ore di lavoro annue. Ricordati che su un monte ore di 40 ore settimanali per 52 settimane annue, ci saranno una ventina di giorni improduttivi per ferie e malattia, poi solo il 60% delle ore produttive verranno dedicate al lavoro per i clienti (il resto andrà in lavoro interno di amministrazione, manutenzione, viaggio, marketing).

costo orario della creatività

Prenditi tutto il tempo che ti serve per fare con calma tutti i calcoli necessari. Il costo orario della tua creatività è il mattoncino fondamentale nella costruzione del prezzo del tuo servizio/prodotto. Bada bene, non è un’informazione da condividere con i tuoi clienti, proprio come Zara non dice ai suoi acquirenti il costo della produzione di una giacca. Serve a te per sapere come dare un prezzo a un progetto affinché venderlo sia economicamente conveniente.

Quindi adesso potrai fatturare al cliente il numero di ore passate a lavorare a un progetto moltiplicate per il costo orario? Non se vuoi che la tua azienda faccia profitti! Per ottenere un prezzo congruo dal costo orario devi ancora aggiungere il costo delle materie prime eventualmente necessarie a produrre e il margine che ritieni ragionevole (che ne dici, un 20%?).

So cosa stai pensando, questa rubrica si sta trasformando in una fonte di mal di testa! (leggi qui per farlo passare) Il punto è che troppo spesso ci rifugiamo nell’intangibilità di tanto lavoro creativo anche per non affrontare gli aspetti che ci preoccupano di più! Eppure fino a che non ti rimboccherai le maniche per mettere le mani tra i numeri e i soldi che girano intorno alla tua professione non avrà molto senso occuparti dell’aspetto creativo.

Ti lascio un compito per le prossime due settimane: fai la lista dei tuoi costi di esercizio e scegli il tuo reddito desiderato e le ore che vuoi lavorare. Insomma, determina il tuo costo orario. Poi condividilo qui nei commenti, anche in forma anonima. Sarà un esercizio fondamentale per te, ma utile a tutti. Lo facciamo insieme?

72 commenti su “Il prezzo della creatività”

    • Mi ero persa per strada questo primo commento! Grazie a te di voler partecipare a questo piccolo esperimento 🙂

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  1. Fatto! Al momento dovrei far pagare la mia creatività sui 35 euro l’ora.
    Però mi sa che devo rifare il calcolo aumentando notevolmente quelle 40 ore settimanali perché ahimè sono ben di più…

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    • Grande! Ma i 35 euro che hai ottenuto sono il costo orario del tuo lavoro creativo, non il prezzo da far pagare, o hai già aggiunto materie prime e profitto? 🙂

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      • Non mi è chiarissimo perché aggiungere il profitto. Non dovrebbe essere incluso nella Ral? Abbiate pazienza sono un po’ tarda…

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        • Tranquilla, è uno dei nodi più complessi 🙂
          No, non è incluso nella RAL. Il problema è che tu sei una risorsa, ma la tua attività è un’impresa. La RAL è il tuo stipendio, quello che ti serve per pagare le tasse e vivere. Il profitto è il margine che ti permette di avere soldi da re-investire nella tua attività.

          Mi spiego: se Alis vuole produrre abiti più raffinati e con lavorazioni particolari, potrebbe voler acquistare un nuova macchina da cucire più professionale. I soldi per pagarla non può metterceli Alis-persona-fisica, perché i soldi che guadagna le servono per affitto, cibo, spese mediche ecc. I soldi deve metterceli Alis-impresa. E se non ha profitti (perché i soldi fatturati hanno pagato materie prime, spese e stipendio di Alis-persona-fisica) non ha fondi per acquistare la macchina.

          Spero sia un po’ più chiaro, ora. Ma vi assicuro che è la materia più ostica per tutti 🙂

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  2. il costo orario! 🙂 ho molte spese..! Però sono veloce a cucire e ho costi medio bassi per i materiali, quindi torna benissimo con i prezzi dei miei abiti (35/54 euro cad.)

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    • Ciao a tutte ….. io ho provato a fare questo conto un pochino a spanne …… e mi risultano 24 euro all’ora (non ho ancora aggiunto i profitti che mi avete tanto ben spiegato nei precedenti commenti) …… però avevo ipotizzato come spese di esercizio le spese per acquisto di materie prime (così un po’ a spanne) perchè lavorando a casa ……… non ho proprio idea …… lavoro in salotto! 😀
      Questo conto mi fa capire che i miei accessori sono vendibili solo altamente sotto il valore del mio tempo?!?!?! Per fare una bustina magari ci metto tre ore (senza contare il tempo speso per idearla) ……… potrò mai venderla a 72 euro!?!?!?!?!? decisamente no!

      Una domanda volevo porre ad Alis che si è prestata come “esempio” per prima … ma se vendi un abito tra i 35 e i 54 euro …….. e “torna benissimo” ………. significa che per produrre un abito ci metti solo un’ora!?!? Non capisco!!!
      Scusate se sono “dura di comprendonio”!!! 😀

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      • Sì a dire il vero a parte casi di prova impiego mediamente solo mezz’ora, e in tal caso ho dei profitti più alti pur riuscendo a mantenere i costi degli abiti estremamente bassi alla portata di tutte le tasche. Infatti alle fiere di settore il prezzo mi dicono che sia il mio punto di forza.

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      • Attenzione a non fare confusione, ragazze. Questo articolo vi aiuta a definire il costo orario del vostro lavoro NON a determinare automaticamente il prezzo, con l’operazione costo orario x ore di lavorazione.
        La definizione di un prezzo è una materia molto più complessa, che appartiene al marketing, e di cui vi parlerà meglio Enrica. Un prezzo può essere anche non definito a consuntivo ma a standard (in base a una media), può essere influenzato da logiche di mercato, un costo orario elevato può essere indice di una gestione inefficiente delle spese di esercizio, che quindi possono essere ridotte (e comunque, anche se lavori dal salotto le spese di esercizio ci sono eccome e non sono le materie prime! 😉 ).
        Come ho scritto ieri sulla bacheca dell’Italia Etsy Team, nulla vieta che si decida di lavorare per un certo periodo sottocosto, se questo porta benefici collaterali come la produzione di un portfolio. Anche questo è un investimento strategico 🙂
        Infine, diamo per scontato di dovere per forza trasformare la nostra passione in professione, ma non è affatto detto che sia conveniente e quindi ragionevole/possibile.

        Il punto è che qualsiasi logica e ragionamento non può prescindere dalla consapevolezza di quanto costi un’ora del nostro lavoro creativo. E qui viene utile la formula 🙂

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        • Certo certo certo!!! E’ tutto chiarissimo! Il mio era proprio un commento fine a se stesso. Diciamo un “pensiero ad alta voce”. E’ chiaro che dove perdi su alcune cose, diciamo come strategia, si cerca di recuperare su altro …. la formula è molto molto utile per organizzare la strategia (tanto al momento io ho venduto solo due cosette ………… diciamo che ho il tempo di ragionarci su per benino!!!! ahahahahah) Grazie comunque per tutte le risposte, è sempre utilissimo confrontarsi con gli altri, sia che siano competenti, sia che siano “nuovi” come me!!!!

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          • Anche a me piace tantissimo lo scambio che si sta creando qui su C+B. Non crediate che quello che vi scriviamo sia per noi assodato, spesso (nel mio caso soprattutto) condividiamo con voi nozioni che abbiamo appreso ma che ancora fatichiamo noi stesse a mettere in pratica. Ma condividerle ci aiuta comunque tutte 🙂

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  3. Il problema e’ che la gente considera la creatività una cosa ed il “fatto a mano” un’altra. In Italia chiunque si aspetta ti pagare un oggetto handmade meno di un prodotto di marca prodotto industrialmente. Manca la cultura dell’artigianato, del pezzo unico quindi finisce che chi crea possa vendere solo se decide di farlo sotto costo, facendo pagare poco più di un mero giro di materiale. L’Italia e’ ricca di creativi, alcuni sono dei veri e propri artisti, che si trovano però a dover rimanere hobbysti e a non poter vivere di una propria passione e di ciò che sanno fare meglio perché il mercato non è pronto e non è disposto a pagare il giusto. La gente vuole pagare un oggetto spogliato di tempo e creatività. Il lavoro dei cinesi in pratica. I conti sono perfetti ma a mio parere, purtroppo, utopici.

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    • Utopici, forse. Indispensabili, sicuramente.

      Mi permetto di aggiungere che tanta responsabilità di questo atteggiamento ce l’ha anche un’intera generazione di crafter che ha svenduto irresponsabilmente il proprio lavoro, spesso perché vendevano in realtà un hobby e non facevano appunto ragionamenti finanziari accurati. Di fronte a importanti contributi sul perché vendere a pochissimo (senza una logica aziendale a supporto della politica di prezzo) viziasse il mercato, ho spesso letto online reazioni piccate del tipo “ma se io vendo i miei oggettini solo per arrotondare e non ho bisogno di farli pagare di più, cosa c’è di sbagliato nel venderli a un prezzo simbolico?!”. C’è che se non si dichiara che il prezzo è simbolico o ‘speciale’ per qualche motivo, si lascia intendere che sia un prezzo giusto e ragionevole per quel prodotto. Influenzando negativamente l’opinione del mercato.

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      • Sono d’accordo con entrambi i Vs. commenti. Io nel mio piccolo a volte ho “paura” di chiedere il “giusto” ……. perchè temo sempre che la mia creazione non sia fatta in maniera così professionale da essere pagata il giusto. Cioè se uno pensa che quello che faccio valga la metà …………… mi sento sempre in imbarazzo perchè dico “forse non l’ho fatta bene come penso!” ……….. ma bisogna proprio farsi coraggio, altrimenti tanto vale regalare!!!!!!!

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        • Esatto! 🙂
          Anche secondo me se c’è una passione ma ci sono forti dubbi sulla convenienza e sul realismo di farla diventare una professione è meglio che passione rimanga. Non per disfattismo, ma soprattutto per farsi del bene e non privarsi del piacere di quell’attività. Se si cerca di ‘forzarla’ a diventare business oltre le sue legittime capacità, si rischia di trasformarla in un incubo :-\

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        • Anche io ho fatto quattro conti, un po’ a.. spanne, e mi trovo a dirmi: coosa? e chi comprerà mai le mie borse a questi prezzi? Il guaio è che non le comprano neppure a prezzi stracciati, perché mi dicono: “ma se costano così poco non le fa lei a mano!!!” … E io non ci capisco più niente.

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  4. vorrei avere una RAL pari a 58.000 euro, mente ho spese di esercizio pari a 2100 euro annue….mi escono numeri strampalati..help me. quale sarebbe il mio reale costo orario??????

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    • In che senso numeri strampalati? La formula è sempre valida: 58.000 + 2.100 / ore lavorative reali. Detto questo mi sembra giusto ricordarvi che per sviluppare al meglio l’equazione e fare analisi avanzate vale sempre la pena affidarsi a un commercialista e/o a un consulente aziendale 🙂
      Noi qui vi diamo consigli, suggerimenti, strumenti minimi utili, ma per un’analisi dei singoli casi ci vuole davvero una consulenza professionista… da inserire poi nei costi di esercizio 😉

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  5. Molto bello l’articolo, complimenti. Hai il dono di rendere semplici ed evidenti le cose che non lo sono affatto.

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  6. Barbara, grazie per gli strumenti di calcolo che hai elaborato!
    Il risultato, nel mio caso, è deprimente…
    Sono una tessitrice con esperienza più che trentennale e quei 34,00 euro all’ora che risultano dal calcolo non me li potrò mai permettere!! Nè io, nè le mie colleghe, italiane e non. Anni fa una di loro, con molta più esperienza di me mi disse che la tessitura è una scelta di povertà e ora sono costretta a darle ragione!
    Le difficolta però vanno oltre il tipo di lavoro che una fa, siamo tutti nella stessa barca, qualsiasi sia la tecnica che utilizziamo per creare gli oggetti che vogliamo vendere.
    Secondo me la difficoltà principale sta nel valore che il cliente è disposto a dare all’oggetto fatto a mano, a quel valore aggiunto che lo distingue da quelli industriali.
    Il fatto che un oggetto sia fatto a mano, e magari anche un pezzo unico, nella nostra cultura non costituisce un pregio significativo.
    Quindi prima ancora di decidere quanto farsi pagare un’ora di lavoro bisogna imparare e trovare le parole adatte per giustificare un prezzo elevato.
    Senza contare che, come è stato detto prima, l’esistenza di un esercito di hobbisti che sono a disposti a lavorare per 2/3 euro all’ora ha come diretta conseguenza quella di viziare il mercato!

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    • Grazie del commento, Mirella.
      Ovviamente hai ragione sul problema di mentalità/cultura che sottende alla situazione. La mia rubrica ha l’ambizione di essere soprattutto tecnica e ‘numerica’, per cui gli strumenti di marketing per avvincere e convincere il cliente li troverete in altre sezioni, ma resta il fatto che se tutti i creativi si sforzassero di fare questi calcoli e dare basi economicamente solide e ragionevoli alla propria iniziativa imprenditoriale forse si comincerebbe anche a influenzare la mentalità del mercato.
      Se tutti cominciassero a vendere a 40 euro l’ora il cliente non avrebbe alternativa 😉
      Certo dovrebbe cambiare le proprie logiche di consumo, ritornando a un acquisto più consapevole e occasionale di prodotti handmade, ma trovo che sarebbe una transizione di cui beneficeremmo tutti 🙂

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  7. Problema: ma se il lavoro è un “servizio al domicilio del cliente” e prevede che presso un cliente ci si stia in media 2 ore (poche volte diventano 4 – molte volte 1 ora sola) e che tra andare e tornare occorra quasi sempre almeno 1 ora … !!! ??? Argh!

    Ho fatto 2 conti e per avere un introito annuo che al netto assomigli a quello di un impiegato di medio livello (sui 1500 mensili per intenderci) dovrei far pagare una mia ora di lavoro tra i 70 e gli 80 euro …a fronte di un mercato dove, grazie anche a tutto il lavoro in nero e sottocosto che c’è nel mio campo, la percezione del cliente è che 30 euro siano già un furto!

    …che si può fare, a parte rinunciare e tornare a fare la dipendente?! (cosa che mi mette i brividi già solo al pensiero!)

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    • Dipende da quello che fai in effetti… ma io punterei a sottolineare il vantaggio competitivo di avere a casa una persona che si occupa di tutto al posto del cliente. Insomma, torniamo sempre lì, a evidenziare il valore di quello che facciamo affinché il prezzo diventi quasi ‘scontato’, se mi passi il gioco di parole 🙂

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  8. A me viene (col profitto ecc.) che devo chiedere alle famiglie 6,70 l’ora per tutti i corsi effettuati e spese vive dell’attivitá annuali (Luce, acqua, assicuraz. commercialista….)
    Mentre se contassi anche gli anni d’esperienza dovrei chiedere almeno 10 euro l’ora.
    Ma credo che per ora vada benissimo quello che chiedo: 6/ora infondo se ingranassi potrei avere due o tre bimbi contemporaneamente e guadagnare addirittura di più di quanto merito! 😉
    Grazie per questo bellissimo spunto di riflessione.

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    • Grazie a te per aver condiviso con noi le tue riflessioni… e i tuoi calcoli! Comunque da mamma io pagherei fino a 10 euro l’ora per una persona fidata in un ambiente protetto. Se fossi in te punterei proprio a sottolineare tutti i vantaggi (un po’ come già fai sul tuo sito) e le esclusività 🙂

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      • Eh sì il problema è sempre lì “paura di chiedere il ghiusto” e la concorrenza in nerto delle locali che chiedono solo 3/ora e vanno a casa loro!
        Cercherò di migliorare il sito… puntando sui miei punti di forza!

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  9. intanto ho registrato passo per passo la procedura sul mio quaderno, spero di poter metterla in pratica a dicembre per poter iniziare un anno nuovo più consapevole

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  10. Solo tre perplessità:
    1. e le tasse, soprattutto in caso di Partita IVA, dove sono inserite?
    2. non è che a calcolare le idee (non è questo che si vende, in fondo, con la creatività?) un tot all’ora, passi il messaggio sbagliato? Non è proprio come fare l’idraulico. Non so voi, ma a me capita spesso di ragionare ore, giorni, settimane su un lavoro: studiare strategie, punti deboli, soluzioni. Poi mi siedo a computer e lo realizzo in dieci minuti. Ma tutto il tempo passato a pensare, chi me lo paga? Peggio ancora: come lo conteggio, visto che dipende da lavoro a lavoro, visto che a volte lavoro di notte e a volte di giorno, visto che ogni progetto ha difficoltà, criticità, tempi diversi?
    3. alla luce di questo, non so voi, ma io NON SO quante ore lavoro al giorno, né quante ore vorrei lavorare. Quelle che ritengo necessarie, suppongo, nell’equilibrio con il resto della mia vita. Ma come denominatore della frazione, francamente, non saprei cosa scrivere.

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    • Ciao Ste, ti rispondo per punti:
      1. le tasse sono da intendersi nella RAL (per comodità), non a caso ho usato l’espressione Retribuzione Annua LORDA 🙂
      2. in realtà questo articolo non ti suggerisce di calcolare le idee a ore, anzi, specifica che questi calcoli dovrebbero essere un’informazione tua personale, da non condividere col cliente, ma che contribuiscano ad aiutarti a dare un costo a un lavoro che, per l’appunto, è difficilmente quantificabile in modo chiaro. Nei mesi scorsi (questo articolo ha più di un anno) nella sezione Pecunie abbiamo sviluppato il discorso, specificando che il costo orario è un’informazione interna gestionale che contribuisce a definire il prezzo, ma non lo esaurisce: https://cpiub.com/2014/10/prezzo-creativita-seconda-parte/ Al costo orario di massima devi ovviamente aggiungere la prospettiva del progetto, il suo impatto, la sua rilevanza nel tuo lavoro… ecc.
      3. questo però è un problema. La decisione di quante ore lavorare è fondamentale tanto per cominciare per capire la fattibilità della tua idea imprenditoriale. Devi assolutamente quantificare quante ore al massimo sei disposto a lavorare e per quanti giorni ogni anno, ed è anche importante che tu cominci a comprendere quante ore ti portano via in media i progetti che segui. Per farlo basta che tu cominci a segnare le ore che lavori con un programma come Toggl, a posteriori puoi poi elaborare delle statistiche di massima da cui estrapolare le ore medie che un progetto ti porta via.
      Spero di averti chiarito un po’ meglio il testo del post, la materia è ovviamente ostica :-\

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  11. Articolo super interessante, anche per chi si sta avviando a una futura professione come freelance! Domanda: come faccio a tradurre in cifre la mia formazione? Si intendono i costi che ho sostenuto per acquisirla o devo metterci – in linea ideale, – anche tutte quelle ore spese a formarmi che mi hanno impedito, sul momento, di lavorare? Ad esempio, un master di 6000 euro mi è costato molto di più: non solo l’immatricolazione, ma anche le spese di viaggio, cibo, affitto…e le ore sottratte al lavoro “vero”…arriverei quindi ad almeno 10000 euro. Questo numerino magico lo metto sopra, insieme alle spese di esercizio? Grazie!!

    Rispondi
    • Federica,
      Perdonami se non ti ho risposto prima. In realtà ai fini del calcolo devi inserire solo le spese vive (iscrizione al master, spese di viaggio, cibo, affitto) ovviamente se sostenute nel periodo di attività, altrimenti, tecnicamente parlando non ha molto senso inserirle perché il calcolo vero è molto più complesso: la formazione acquisita prima ancora di mettersi in proprio è già in ammortizzamento quindi andrebbe ripartita di conseguenza con calcoli sul pregresso. Di nuovo: calcoli davvero troppo complicati per questa fase.
      Per il futuro invece inserisci tutte le spese, ma non le ore. Del fatto che non tutta la tua giornata è fatturabile tieni già conto nel calcolo delle ore fatturabili 🙂

      Rispondi
  12. Grazie Grazie Grazie, finalmente l’ho fatto questo calcolo e finalmente ho capito bene cosa devo chiedere (e non è nemmeno una cifra folle tutto considerato! Lo rifarò con più precisione per tenere conto di tutte le spese! Che bello!

    Rispondi
  13. Barbara, innanzitutto ti ringrazio delle preziose indicazioni che offri nell’articolo.

    Al momento sono un lavoratore dipendente (solo occasionalmente mi cimento nel mkt, che però mi appassiona), se posso vorrei farti una domanda per affrontare il problema della remunerazione da un’altra prospettiva.

    Sto impostando una strategia di marketing per un club e, accollandomene il rischio, vorrei chiedere come compenso una percentuale derivante da nuovi introiti che ho individuato e che ora sono totalmente trascurati (newsletter, e-commerce, affiliazioni, ecc) dato che il club si accontenta di vivere di:
    – iscrizioni
    – un po’ di merchandising venduto dalla segreteria agli iscritti
    – qualche sponsorizzazione da artigiani.
    Il senso della mia scelta risiede nel fatto che il club (per scetticismo) non avrebbe mai inteso pagare per la prestazione.
    In questo senso, quale potrebbe essere una percentuale corretta da chiedere sui nuovi proventi individuati (misurabili): 10, 20, 30%? Del solo primo anno (rischioso: la strategia potrebbe non essersi ancora sviluppata), dei primi due (ragionevole), per sempre (costa caro lo scetticismo)?
    Grazie per l’attenzione
    Michele

    Rispondi
    • Ciao Michele, grazie del commento!
      Sarò sincera, la tua richiesta è di fatto una consulenza complessa che non ho le competenze per fornirti, neanche a pagamento. Però posso offrirti un parere personale e un paio di spunti di riflessione che spero possano esserti comunque utili 🙂
      1. se il cliente non pagherebbe mai per la prestazione vuol dire che non ne riconosce il valore intrinseco. Per esperienza personale è quasi impossibile far cambiare idea a un titolare che ha questa convinzione, cercherà di imputare qualsiasi successo futuro ad altri fattori piuttosto che alla tua consulenza
      2. secondo me la prospettiva da adottare è ‘quanto ti faresti pagare questi servizi, a corpo?’ poi analizza quali potrebbero essere i nuovi volumi del club e usa quelli per definire una percentuale che ti ricompensi comunque dell’importo che avresti fatturato a corpo. Ma se lo spalmi su più anni considera anche le percentuali di ammortamento, perché è come se ti pagassero a rate.

      Spero di esserti stata comunque utile e grazie perché ci segui!

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  14. Ciao… siamo già a dicembre.. sono arrivata qui dal blog Mestiere di Scrivere che ha likato questo blog. Che bella scoperta 🙂 (io a mia volta l’ho linkato sul mio).
    Dunque io sono un’illustratrice/decoratrice ed ex grafica pubblicitaria. La mia idea è di lavorare sia con i privati che con le imprese….(insegne dipinte a mano etc etc) ma attualmente il mio prodotto di punta, quello che mi richiedono di più, sono le magliette dipinte a mano su progetto basato sulle richieste dei clienti. Il problema è, come rilevato da molti, che per fare un lavoro fatto c’è una questione di progettazione e di esecuzione. E le ultime tre magliette sono state veramente dure da fare e sono andata nettamente in perdita perchè in ogni caso come rilevato anche da articoli qui la gente non spenderebbe mai il prezzo che dovrei fare per le ore impiegate (circa 30 ore piene…tra progetto ed esecuzione verrebbe fuori un conto tipo: 450 euri)…per una delle magliette ho ovviato chiedendo il permesso al mio cliente di poter sfruttare la grafica per altro merchandising (venduto attraverso spreadshirt che si occupa di produrre il tutto e per ogni oggetto che viene acquistato con la tua grafica ti viene data una percentuale variabile) ma in molti altri casi è impossibile perchè si tratta di vere e proprie personalizzazioni che non possono essere vendute a tutti.

    In ogni caso il profitto sui materiali etc etc lo chiedo ad ogni commissione anche se in alcuni casi mi riesce difficile definirlo perchè un barattolino da colore lo uso anche per più magliette (ma non so dire quanto perchè dipende dal progetto).

    Ad ogni modo il mio costo netto è di 15 euri mentre con l’aggiunta delle tasse quasi raddoppia (ho calcolato il 60% giusto per stare larghi e quello che avanza fa brodo). C’è da dire che io ho uno stile di vita molto spartano e quindi le mie spese di vitto non sono tante.

    Per adesso non ho ancora aperto la p.iva perchè voglio andare a chiedere all’AdE (porcavacca la sigla la dice lunga eh) veduma bin…

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    • Benvenuta! Che bello vedere che anche se ancora non hai la partita IVA già ragioni da una che “fa sul serio”! Ci fa piacere averti qui e speriamo di esserti di aiuto e ispirazione per il futuro 🙂

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  15. L’equazione è sbagliata perché il calcolo risente dell’incidenza delle giornate perse sui costi annuali, che invece devono essere suddivisi sul monte ore erogato. In pratica il committente deve vedersi suddiviso l’importo delle spese annue sul totale ore che paga. Faccio un esempio: se aggiungo 5000 € di spese annuali il committente deve vedersi aggiungere 5000 € suddivisi per le ore annuali. Lui non ne può niente se pattuiamo 40 ore settimanali e poi noi stiamo in malattia per 2 ore settimanali. Al limite non ci pagherà le ore, ma non potrà vedersi aumentato il costo orario per l’incidenza della nostra malattia sulle spese annuali. Se si usa la formula come scritta in questo articolo aggiungendo 5000 € di spese il cliente si vede aumentare il cliché di 6800 € e rotti. Provare per credere…
    Luca

    (per domande potete contattarmi qui: luca.dallarte@gmail.com)

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