L’amica geniale

Quando tutti parlano di un romanzo – in particolare, di quattro romanzi – sono due le reazioni possibili: sì, lo voglio leggere anche io, subito! Ma anche: mmmh, e se fosse tutta fuffa? La probabilità di restarne delusa è altissima.

Con L’amica geniale di Elena Ferrante, che è ormai un caso letterario e mediatico, il ventaglio di reazioni si è ampliato tantissimo. Ed è per questo che ho deciso di parlarne qui, in un contesto apparentemente slegato, perché, secondo me, è un libro che può suscitare nelle lettrici di C+B che ancora non l’hanno affrontato (forse proprio a causa del clamore che lo circonda) una serie di interrogativi e riflessioni legate non tanto alla storia in sé, quanto al modello di donna che può emergere dalle pagine.

La storia, riassumendo al massimo, è molto semplice: incontriamo le due protagoniste, Lila e Lenuccia, nella Napoli del dopoguerra, dei rioni e della povertà, e le seguiamo nelle loro vite – e nella loro inconsueta amicizia – fino ai giorni nostri.

I temi toccati sono enormi: si va dal riscatto sociale ai problemi di camorra, dalle lotte politiche ai drammi sentimentali, e mai in maniera lineare e scontata.

Quello su cui però vorrei soffermarmi, e il motivo principale per cui ho scelto di raccontarlo in un luogo in cui si parla prevalentemente di lavoro al femminile, è proprio la ricerca della propria identità e la capacità di credere in te stessa, scoprire se hai un talento, e come svilupparlo.

Chi è l’amica geniale del titolo, Lila o Lenuccia? Questa è la domanda a cui io non sono riuscita del tutto a rispondere, anche a fine lettura. Lila è ribelle, poco convenzionale, eccezionale nel senso più letterale del termine, coraggiosa e non sempre simpatica – ma del resto, nessuna delle due protagoniste è piacevole e accattivante come ci si aspetta dall’eroina di un romanzo. Lenuccia è meno brillante, testarda, insicura: ha dalla sua la capacità di perseverare, di guardare fisso l’obiettivo, meno quella di reinventarsi, che è più prerogativa di Lila.

Parlavo di talenti: delle due, quella che ne è più palesemente provvista è Lila. Pure schiacciata da una mentalità maschilista – ricordiamoci che siamo negli anni 50 in piena società patriarcale – riesce portare avanti idee innovative, prime strategie di marketing e progettazione: Lila, in un altro contesto, è l’imprenditrice moderna che vede per rima ciò a cui i concorrenti non sono ancora arrivati. Non a caso, più avanti nel corso della storia, scoprirà l’informatica e se ne innamorerà, imparandola quasi completamente da autodidatta.

Eppure è Lenuccia quella che, grazie appunto alla sua cieca testardaggine, scalerà con merito e fatica la piramide sociale, passando dai rioni ai salotti accademici. A guardarla da un punto di vista tradizionale, sarà lei ad avere successo, più dell’amica.

Quello che fa la differenza, nel suo caso, è la caparbietà con cui studia: la scuola, la cultura, l’aggiornare le proprie competenze, sono in questo romanzo le chiavi del mondo. Imparare è quello che ti innalza, che ti salva, e anche quello che non devi mettere mai di fare.

Perché dovresti leggere questo libro? Io credo che la risposta non sia solo una – anche se la prima che mi viene in mente è perché è bello, è avvincente, ti lascia col fiato sospeso mentre macini pagine su pagine. Posso dirti che, secondo me, leggendolo potrai trovare dentro di te un po’ di Lila e un po’ di Lenuccia, e ascoltare cosa entrambe hanno da dirti. Potresti trovare, portati all’eccesso nell’iperbole della violenza criminale, quegli atteggiamenti maschili che tante volte ti hanno penalizzata, e riconoscere ogni momento in cui hai lasciato che succedesse, come se non avessi avuto il diritto di arrabbiarti e rifiutarlo. Ci troverai la sindrome dell’impostore, di cui abbiamo parlato trilioni di volte e che forse non abbiamo ancora risolto del tutto – ma ce la faremo eh, io sono fiduciosa.

Troverai, secondo me, il sacro diritto che abbiamo di rifiutare un modello femminile, per quanto “alternativo” o moderno possa sembrare, quando non ce lo sentiamo addosso, o anche dopo averlo incarnato per anni senza problemi: un’opera che racconta cinquant’anni di storia di una donna parla anche di come si cambia, di come le priorità e i rapporti possano evolversi, e di come sia più saggio accettare questo cambiamento e rimboccarsi le maniche per fare sì che la nostra vita ci assomigli ancora.

Ma forse tu L’amica geniale l’hai già letto: e allora, mi piacerebbe sapere se sei d’accordo, oppure no, su quello che ho scritto fin qua. Via alle telefonate – ops, ai commenti! – e come sempre buona lettura a tutte.

Beatrina Incorporella

Girl in progress, ancora, da sempre. L'unica costante della mia vita sono lettura e scrittura: da dieci anni sono una libraia, da almeno trenta una lettrice. Scrivo per dimenticare (e per ricordare), un po' sul serio e un po' per ridere. Sono bionda per vocazione, torinese di nascita, ironica per autoconservazione.

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6 commenti su “L’amica geniale”

  1. Da un paio di mesi la storia di Elena Ferrante mi accompagna e mi mancano solo un centinaio di pagine per finirla.
    Penso che mi mancherà quando l’avrò finita.
    Quello che mi ha dato questo libro è conforto, solidarietà e la possibilità di immedesimarsi: come hai detto anche tu i temi toccati sono enormi e penso siano tutti quelli con cui si scontra una donna nella sua vita.
    Questo libro mi ha ricordato che nessuna donna è sola nelle grandi questioni della vita.

    • È proprio così, Stella, è un romanzo che quando l’hai finito ti manca.
      Di sicuro rimarrà con te, i libri che ci toccano con forza hanno la tendenza a farlo 😉
      E chissà in quali momenti della tua vita risentirai la voce di Lila o di Lenuccia…
      Un abbraccio!

        • Nella sua mediocrità, nonostante i vari fallimenti, Antonio, e’ un personaggio tutto sommato positivo, riesce ad essere obbiettivo e moralmente retto, benché, costretto dalle circostanze ad accettare e subire condizioni malavitose.

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