La sindrome dell’impostore

Da quando ti sei lanciata in una nuova avventura professionale (o hai iniziato a immaginare di farlo), scommetto che almeno una volta hai pensato: “Ma chi sono io per fare una cosa del genere?”. Chi sei tu per proporti come Web Designer, come Imprenditrice, come Artista? Una frotta di maiuscole che fanno sentire ancora più piccini e inesperti.

Si chiama Sindrome dell’Impostore, baby. Ma tranquilla, l’hanno avuta tutti. Già me lo vedo Steve Jobs che, sul punto di dare inizio alla grande saga Apple, si abbracciava le ginocchia sul letto mormorando: “Figurati, ho persino mollato l’università, chi mi prenderà sul serio?”.
Spesso, infatti, il pensiero di essere inadeguati ha a che fare, più che con la mancanza di competenze o di expertise, con l’assenza di un certificato che attesti che sì, siamo Web Designer, Imprenditori e (mi vien da ridere solo a pensarci) Artisti.
Mi rendo conto, naturalmente, che un diploma o una laurea sono fondamentali se si parla di intraprendere la carriera di medico, di psicologo, di avvocato etc, perché mette al riparo le persone dalla cialtroneria e da rischi gravi per la salute. C’è chi sogna di fare lo stesso per altre professioni, come il fotografo (ho scoperto che i fotografi sono agguerritissimi), ma la verità è che più ci si addentra nel vasto settore delle professioni creative, più diventa difficile definire in modo univoco un percorso professionale.

Se non ho fatto l’Accademia d’Arte, ma disegno delle tavole da urlo, non posso essere un illustratore?
O, guardandola in una prospettiva più business: se un editore vede delle tavole da urlo, lo fermerà sapere che il disegnatore non ha il diploma?

Quindi, che fare concretamente per fare fronte alla sindrome nei momenti peggiori (supponendo che tu non ti sia svegliata l’altro ieri avendo deciso di fare la grafica pubblicitaria se disegni con Paint e salvi le immagini in Word)?

Prima di tutto, un’auto-analisi più obiettiva. Se sei all’inizio del percorso (ma non una dilettante), avere tanti dubbi è legittimo; metterli in condivisione con altri colleghi e magari trovare un mentore più esperto da poter affiancare in qualche momento o da cui avere una sorta di supervisione può aiutare. Attenzione a non incappare, però, nel collega che venderebbe sua madre pur di essere l’unico del settore! Dedica uno spazio settimanale all’aggiornamento, alla ricerca di luoghi di confronto (magari all’estero), all’autoformazione. E prima di investire in quel corso costosissimo che ti farebbe sentire così sicura, conta fino a 100 un paio di volte.

Chiedi un feedback ai clienti: confrontarsi con i propri buoni risultati e anche (soprattutto!) con i propri limiti è importante per il percorso di crescita; individua le zone in cui migliorare e non smettere di chiederti che cosa potresti fare di più e meglio (sul perfezionismo in senso positivo, ti lascio questo articolo di Annamaria Testa su cui riflettere).

Gli americani dicono “Fake it ‘til you make it“, cioè, a spanne, fingi fino a quando non ci riesci davvero: io non sono una grande sostenitrice del “tirarsela”, tanto per dirla all’italiana; però a volte comportarsi come se si fosse davvero padroni della situazione aiuta non tanto a ingannare il cliente, quanto convincere se stessi e ad acquisire un po’ di sicurezza nelle proprie capacità.

Consigli di lettura:
articolo su “La 27esima ora”
articolo su “Le Scienze”
l’esperienza della nostra Francesca
la recensione di “Ruba come un artista” di Austin Kleon

E tu cosa fai nei momenti di crisi?

Stella Mongodi

Insegnante al mattino, pittrice ed Eco Makeup Artist nel resto del tempo. Da sempre patita di colori, handmade e stili di vita sostenibili (nonchè di gatti). Responsabile per C+B del settore creatività, il mio motto è: "Secondo me riesco a farlo da sola". La sfida? Contagiare il resto del mondo!

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6 commenti su “La sindrome dell’impostore”

  1. Conosco bene quella sindrome e ho usato spesso il rimedio consigliato… a dire la verità, il “Fake it ’til you make it“, mi ha salvato anche l’esame di maturità 😉

  2. Fake it ’til you make it, credo che la farò mia. Credo che nei momenti di crisi ci si debba focalizzare sui propri punti di forza ma senza rimuginare soli chiusi in una stanza. Meglio una chiacchierata con un’amica (sono convinta che le chiacchierate con le amiche a volte sono terapeutiche).

  3. Ecco … mi ci sento ora in questa situazione … la testa piena di idee, il tempo che ora manca e … il mentore (magari a gratis, magari un’amica sincera) che manca da una vita. Nessuno che conosco riesce a capire su che pianeta vivo.
    Tanto a chi interessa quello che faccio?
    Grazie per il consiglio! Proverò assolutamente ad applicarmi da adesso …

  4. Conosco bene questa “sindrome” e quand’ho iniziato a leggere il post per un attimo ho pensato: accidenti, mi hanno beccata, l’hanno scritto per me!
    Da qualche mese e un’esperienza come dipendente a progetto estremamente negativa dal punto di vista della chiarezza per la remunerazione, ho deciso di provarci: di diventare web designer freelance. Ho così tante cose da fare che mi gira la testa solo a pensarci e mi sembra che ad ogni passo se ne creino mille nuovi da fare. Non mi sento adeguata, eppure ho fatto un corso accademico di un anno molto costoso… Forse è la mia situazione di eterna laureanda in comunicazione digitale a rendere il tutto più difficile a livello psicologico.
    Comunque leggere questo post è stato confortante: mi sento davvero un po’ più serena e forse stanotte riuscirò a prendere sonno in meno di due ore.
    Perciò grazie! Vi seguo sempre con grande interesse 🙂

  5. Anche io ho questo problema…. ho esperienza e attestati vari, ma non l’università e vorrei scrivere un libro sulla mia esperienza da mamma e tata, senza pretendere di avere ragione, ma magari per dare qualche idea di cosa può succedere, magari non dall’alto di una cattedra, ma dal punto di vista di una mamma alle prime armi… che faccio mi butto o non mi butto?

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