Libera professione e saperi meta-disciplinari: le soft skill

In questo articolo parliamo di soft skill, tema così trattato che sembra non avere niente di nuovo da dirci salvo che:

  • le aspettative dei clienti verso chi lavora in proprio e verso chi offre consulenze sono cambiate
  • non ci si può differenziare sulle competenze tecniche e differenziarsi resta una priorità
  • vi sono almeno tre miti da sfatare sulle soft skill.

Ma andiamo con ordine. In passato, soprattutto in passato, chi lavorava come consulente, libera professionista, freelance, era chiamata a mettere in gioco il proprio sapere. E basta.

Nella percezione comune, il valore portato dalla libera professionista risiedeva nelle sue conoscenze e competenze: pensa alle avvocate, commercialiste, ingegnere, dottoresse o ad altre specialiste di settore. Ingaggiare una freelance o una consulente era un modo per acquisire all’esterno una certa professionalità a prescindere, nei casi più estremi, dalla persona.

Hard skill allo stato puro. Anzi, l’assenza più o meno totale di soft skill e di una minima intelligenza emotiva rafforzavano la credibilità professionale della consulente. Più spesso del consulente, e questo questo ci dice tante cose.

Ma non divaghiamo. Recentemente, a un corso di scrittura legale, ho scoperto il Professor Giovanni Pascuzzi, titolare del corso universitario Legal Skill, un corso volto a stimolare e formare le competenze soft dei futuri giuristi.

Ora, quale testimonianza migliore dell’importanza delle competenze trasversali? Se anche figure come l’avvocato iniziano a mettere in discussione il loro atteggiamento e a riconsiderare quel distacco altezzoso che li ha sempre caratterizzati, significa che nessuno può farne più a meno (e Giorgio Trono ne è un esempio).

In passato, nessuno si preoccupava di cercare un avvocato simpatico, un commercialista empatico o un notaio comunicativo e la customer experience non era un loro problema (ma forse nemmeno nostro, visto che non avevamo queste aspettative).

Dobbiamo conoscere le aspettative dei nostri clienti

Le aspettative, nota piaga all’interno delle relazioni familiari, hanno il potere (a volte la pretesa) di modificare i comportamenti altrui e senza dubbio concorrono a cambiare la percezione di una certa cosa. 

Semplificando, possiamo affermare che, nel mondo del lavoro, le aspettative: 

  • nascono dall’esperienza dei singoli
  • diventano poi un fenomeno collettivo e condiviso
  • portano a modificare i parametri con cui si valuta la professionalità di una persona o di una libera professionista.

Pe esempio, fare esperienza di una commercialista come Carlotta Cabiati modifica gradualmente l’aspettativa verso tutta la categoria professionale rappresentata da Carlotta.

Sono le aspettative dei nostri clienti che determinano in parte il tipo di competenze che dobbiamo sviluppare e comunicare.

Oggi la competenza tecnica non è più sufficiente per nessun tipo di professionista (forse, per chi non è iscritta a un albo, non è mai stata sufficiente).

Certo, saper svolgere al meglio una professione, possedere e padroneggiare dei saperi disciplinari, avere una verticalità votata all’eccellenza è necessario. ma non ci rende in modo automatico delle professioniste eccellenti perché è probabile che questi requisiti non soddisfino completamente le aspettative dei nostri clienti.

Le competenze trasversali (o la loro mancanza) determinano la nostra credibilità professionale e anche la nostra professionalità. Fa parte della professionalità avere un certo tipo di comportamento relazionale, e il fatto di lavorare spesso da sole o, per così dire, in proprio, non ci esime da sviluppare saperi meta-disciplinari, più semplicemente detti soft skill.

Però attenzione, ci sono almeno tre miti da sfatare sulle tanto declamate soft skill.

Miti da sfatare: le soft skill non sono più importanti delle hard skill

Nel mercato del lavoro, da anni si predica l’importanza di queste competenze e noi recruiter lo sappiamo bene: non è più sufficiente trovare un progettista meccanico (specie rara di per sé), adesso serve un progettista meccanico entusiasta, comunicativo, propositivo, ottimista e aperto al cambiamento. Non ci sono quindi ruoli, nemmeno i più tecnici, che possono fare a meno di alcune capacità trasversali al ruolo.

Sul tema soft skill però va fatta chiarezza:

  • non sono più importanti delle hard skill: non ho mai incontrato un’azienda che mi chiedesse una persona ricca di soft skill e tabula rasa sulle competenze tecniche (MAI!)
  • le soft skill arricchiscono e completano le hard skill e creano un differenziale importante: a parità di competenze tecniche e specialistiche, le competenze trasversali fanno la differenza
  • le soft skill concorrono a renderci uniche e arricchiscono la nostra identità. Non è cosa facciamo che ci distingue, ma come lavoriamo: riprendendo Carlotta Cabiati come esempio, possiamo dire che le sue competenze sono replicabili, ma il suo stile è solo suo. È lo stesso ragionamento che fanno le aziende: non si concorre sul prodotto (comunque necessario) ma sul servizio che, a sua volta, è determinato dall’organizzazione e dalla cultura aziendale.

Senza una competenza specifica, senza una professionalità tecnica, senza un sapere disciplinare le soft skill però hanno ben poco da supportare tranne la nostra simpatia.

Quindi sì, sono importanti ma non “più importanti”: giocano in squadra con le hard skill e ci aiutano a posizionarci più vicino alle aspettative della nostra clientela.

Miti da sfatare: le soft skill non sono l’atteggiamento

Semmai possiamo dire che l’atteggiamento può predisporti o meno a sviluppare competenze trasversali.

Però sfatiamo questo cliché per cui le soft skill rappresentano la pasta di cui è fatta una persona: non è così. Le soft skill sono delle vere e proprie competenze, delle capacità che non hanno un legame diretto e univoco con il ruolo ma sono, appunto per questo, trasversali a più ruoli.

Tra le soft skill trovano posto le capacità comunicative e relazionali, ma anche quelle organizzative, il problem solving così come la capacità di visione o di sintesi.

Senza dubbio può esserci una predisposizione personale che influisce sullo sviluppo delle soft skill, ma sfatiamo anche il terzo mito: le soft skill si possono apprendere.

Miti da sfatare: le soft skill non sono scritte nel nostro DNA

Un altro luogo comune dichiara che le hard skill si apprendono e le soft skill no perché fanno parte del corredo genetico. È una sciocchezza.

Le soft skill sono competenze tipicamente manageriali e gestionali, si possono apprendere e anche affinare.

Il fatto che non ci vengano insegnate a scuola ha dato adito a questa leggenda metropolitana priva di fondamento. Oggi il corso del Professor Pascuzzi ci conferma che sono diventate anche materia di studio e forse non c’è più niente da aggiungere.

Volendo fare una distinzione, potremmo dire che le competenze sono di tre tipi:

  1. le hard skill sono quelle che si studiano e si apprendono 
  2. le soft skill sono quelle che si sviluppano, di solito strada facendo
  3. le personal skill sono quelle che si esprimono naturalmente perché, queste sì, fanno intimamente parte di noi (ma non significa che non possano mutare nel tempo)

Consigli per sviluppare soft skill e distinguersi

  • Tieni la testa fuori dal tubo: esci dalla tua bolla ripetutamente e periodicamente. Non sto parlando della zona di comfort, ti sto dicendo di cedere alla contaminazione (e sì, riabilitiamo questa parola), ti sto suggerendo di interessarti a cose che non sono strettamente legate al tuo lavoro, di fare un corso per il piacere di farlo, di conoscere persone per il gusto di conoscerle, di infilarti in un convegno per pura curiosità. Insomma, amplia gli orizzonti, esplora, annusa e lasciati stimolare da suggestioni apparentemente lontane.
  • Non dare mai la colpa di quello che non va agli altri o a fattori esterni: concentrati sul tuo ambito di azione, su ciò che puoi fare tu. Adattati e trova dentro di te le risorse per far fronte a ciò che succede, scoprirai un pozzo inesauribile di possibilità.
  • Coltiva relazioni: le soft skill si apprendono molto per imitazione e per contaminazione: metti in agenda spazio per il networking, che non significa scrivere post, ma fissare degli incontri conoscitivi.
  • Impara o affina le tue capacità comunicative: la comunicazione è la madre di tutte le soft skill perché ogni atto comunicativo è anche un gesto relazionale. Comunicati e comunica, non smettere mai di farlo e di tenere allenata questa competenza.

Roberta Zantedeschi

Recruiter e formatrice. Passo gran parte del mio tempo a leggere CV, a fare colloqui e a cercare il giusto incastro tra le esigenze delle aziende e le aspirazioni di chi cerca un (nuovo) lavoro. Freelance convinta, mamma e compagna come meglio posso, blogger incostante ma presente.

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Un commento su “Libera professione e saperi meta-disciplinari: le soft skill”

  1. Come dici le Softskill servono e fanno la differenza se a corredo di hard skill.
    Nei sistemi complessi, dove non si naviga mai da soli, sono essenziali.

    La famosa software house Valve, che sviluppa videogiochi e piattaforme di gaming, ha costruito il proprio successo su un’organizzazione Agile che fa perno sulle qualità degli individui.

    Per rappresentare il dipendente ideale hanno coniato il termine T-Shaped People persone a forma di “T”
    La gamba verticale della “T” rappresenta le hard skill, le competenze verticali appunto, (heavy weapon come dicono loro da videogiocatori) e quella orizzontale le softk skill che sono gli elementi che possono fare la differenza.

    Deve esserci equilibrio tra le due.

    https://thetechglider.files.wordpress.com/2015/11/t-shaped-model.png?w=656

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