Freelance e femminista: la pandemia e i diritti delle donne

In questi giorni (finalmente) si sta parlando molto dell’esclusione delle donne dai tavoli decisionali e di programmazione e di come l’emergenza stia pesando maggiormente sul genere femminile. Queste e altre riflessioni mi stanno ronzando in testa da diverso tempo e hanno cominciato ad avere una forma più distinta quando ho letto questo bellissimo articolo di Helen Lewis.

Ho deciso di approfittare di questa rubrica e cercare di mettere ordine in questi pensieri.

Il ruolo nella società

Helen Lewis scrive che chi vede in questo distanziamento forzato un’opportunità, molto probabilmente non ha una famiglia e dei figli di cui prendersi cura e (sempre) molto probabilmente si tratta di un uomo.

Anche se in questo momento storico ci troviamo più vicine alla parità di quanto non siamo mai state, l’obiettivo non è raggiunto e, a dirla tutta, nemmeno così vicino. È evidente, infatti, che la nostra società è ancora permeata da un maschilismo strisciante, anche subdolo a volte, che si rifiuta di farsi chiamare col proprio nome e che continua a perpetrare schemi e modelli del passato.

Dal punto di vista dell’organizzazione sociale, il lavoro di cura (non retribuito) continua a pesare prevalentemente sulle donne. Secondo uno studio dell’Unione Sindacale di Base, presentato lo scorso 8 marzo, le italiane sono impegnate nella cura per circa 5 ore al giorno, sono al primo posto in europa insieme alle romene; gli italiani, dal canto loro, sono ultimi in classifica a pari merito con i greci, con un’ora e 47 minuti.

Il ruolo nell’emergenza

Questa disparità si sta riproponendo specularmente sulla gestione dell’emergenza: a prendersi cura (dei figli, dei malati, di chi cerca di far valere i propri diritti) sono soprattutto le donne (madri, insegnanti, infermiere, mediche, commercialiste e professioniste), ma a prendere decisioni sulla vita di tutti continuano a essere soprattutto gli uomini.

Il comitato di esperti in materia economica e sociale che elabora le misure post-Covid19 è composto da 17 membri, di questi solo 4 sono donne; in compenso nel comitato tecnico istituito il 5 febbraio, 7 membri, di donne non ce n’era nemmeno una; meno male che lo scorso 18 aprile ne è stata ridefinita la composizione, aggiungendo ben 20 componenti…, come non detto, anche questa volta si è trattato di soli uomini.

Si sperava nella Task Force Dati per l’Emergenza, istituita dalla Ministra Pisano, ma anche qui le donne sono appena il 22% (17 su 76 componenti) e, come se non bastasse, sono completamente assenti in due importanti gruppi di lavoro (Impatto economico e Web data e impatto socio-economico) e in netta minoranza negli altri; l’unico gruppo dove ci sono più donne che uomini, guarda caso, è quello della Teleassistenza.

La cosa ha (per fortuna) suscitato qualche indignazione e la Società Italiana degli Economisti, lo scorso 7 aprile, ha inviato una lettera alla Ministra chiedendo che il gruppo di esperti «possa essere integrato con economiste qualificate nell’ambito delle competenze assegnate alla task force». In calce alla lettera, casomai le venisse voglia di documentarsi sull’argomento, c’è anche il link alle linee guida adottate dalla SIE per la parità di genere negli eventi scientifici.

Si discosta dal trend “Donne per un nuovo Rinascimento”, la task force istituita dalla Ministra Bonetti, composta da 17 donne, che avranno il compito di elaborare idee e proposte per il rilancio sociale, culturale ed economico dell’Italia.

Da sole.

A parte.

Che non disturbino chi sta lavorando veramente.

Possiamo tranquillamente dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: gli uomini stanno decidendo anche per noi, come hanno sempre fatto.

Ma a ben guardare qualcosa di diverso c’è.

Sì, perché in un momento come questo noi abbiamo molto di più da perdere e stiamo rischiando più di quanto si possa pensare.

Il lavoro

Lo abbiamo ripetuto fino alla nausea (evidentemente non a sufficienza) che a parità di qualifica noi donne siamo pagate di meno.

Fino ad oggi era una questione di giustizia sociale, ma ora la cosa assume tutto un altro significato.

Pensiamo a una famiglia moderna, dove madre e padre si dividono equamente i compiti di cura e gestione di casa e figli. Se dovesse prolungarsi la chiusura delle scuole, uno dei due dovrà necessariamente scegliere di ridurre il proprio orario di lavoro per prendersi cura dei figli, oppure di rinunciare a parte del proprio lavoro per lasciare spazio a quello del partner, in un ambiente che nella maggioranza dei casi non è pensato per fungere da casa, scuola e doppio ufficio. Chi dei due rinuncerà alle proprie entrate? Ovviamente chi guadagna meno.

Non finisce qui.

In tutto il mondo la crisi economica obbligherà molte aziende a ridurre o eliminare completamente il personale e i primi lavori a saltare saranno quelli precari, i contratti part-time o a tempo determinato, quelli inesistenti, che quasi sempre sono legati al mondo femminile.

Anche il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterrez ha espresso preoccupazione in questo senso: «quasi il 60% delle donne in tutto il mondo lavora nell’economia sommersa guadagnando di meno, risparmiando di meno e affrontando un rischio maggiore di cadere nella povertà. […] I tassi di mortalità della pandemia colpiscono più uomini che donne, ma per queste ultime ha effetti economici e sociali devastanti».

In altre parole rischiamo davvero di tornare indietro di cinquant’anni, dal punto di vista dei diritti e della parità di genere e, come ci racconta Helen Lewis, si tratta di una conseguenza ampiamente documentata in occasione di emergenze sanitarie analoghe.

Lo smart working

Lo Stato sembra vedere nel lavoro da casa la soluzione alla cura dei figli a scuole chiuse: facciamo lo smart working! Fantastico! Scopriamo un nuovo modo di lavorare! Anche se in realtà per molte di noi è stata un po’ la scoperta dell’acqua calda.

Peccato che, quello che la maggior parte delle persone sta vivendo adesso, non somiglia minimamente allo smart working.

Lavorare da casa, in condizioni spesso critiche, con mezzi di fortuna, senza avere spazi adeguati non è smart working. La casa, che prima era un rifugio, si trasforma in una gabbia e lavorare da remoto può diventare un fardello insostenibile se, oltre al lavoro, dobbiamo pensare anche a tutto il resto.

La contraddizione di sentirci dire che dobbiamo fare più figli per trovarci poi, una volta che i figli li abbiamo fatti, a cavarcela completamente da sole, ormai è un’altra cosa assodata. Anche in questo caso però l’emergenza in corso potrebbe amplificare a dismisura gli effetti negativi di questa ipocrisia istituzionale.

Il rischio è quello di sentirci dire che occuparci dei figli non è un problema, perché tanto possiamo lavorare da casa (e li vorrei proprio vedere a lavorare da casa anche solo con un bambino presente che ti chiama ventimila volte in mezz’ora!) o che, dato che lavoriamo da casa, possiamo essere pagate di meno. La modernità del lavoro agile, in altre parole, potrebbe ritorcesi, ancora una volta, contro di noi.

Ma il peggio potrebbe arrivare a crisi finita quando, per forza di cose, ci saremo fatte in quattro per andare avanti in qualche modo, quando avremo sacrificato molto più di quello che eravamo disposte a sacrificare, quando cercheremo di rialzarci per riprendere il posto che ci spetta di diritto. Allora potremmo anche accorgerci che tutto il nostro sforzo è diventato una cosa dovuta, che i nostri sacrifici non vengono riconosciuti e che semplicemente non è previsto che i nostri sforzi debbano finire, perché ormai le cose vanno bene così.

In una situazione di crisi che sicuramente permarrà per diverso tempo, quando i soldi per il welfare scarseggeranno, non potendo toglierli alla salute, sarà facile intaccare le risorse destinate ad asili nido e materne; le strutture private hanno già lanciato un appello perché, senza aiuti, molte di loro non riusciranno a riaprire a settembre.

Per sollecitare il governo a fare i conti con i problemi che dovranno affrontare le famiglie con aziende aperte e scuole chiuse è già partita una petizione su Change.org.

La salute

Nel suo articolo Hellen Lewis racconta che, durante l’epidemia di Ebola in Sierra Leone, dal 2013 al 2016, sono morte più donne per complicazioni ostetriche rispetto a quelle morte a causa della malattia infettiva. La cosa non ha fatto nessuno scalpore. Queste morti sono state semplicemente date per scontate, una sorta di danni collaterali necessari.

La salute delle donne è secondaria.

Tanto per rimanere vicino a noi, in Italia, dall’inizio dell’emergenza molti consultori hanno chiuso le porte e le priorità negli ospedali sono drasticamente cambiate; se a questo aggiungiamo la sospensione dell’aborto farmacologico e gli obiettori di coscienza (secondo una relazione diffusa dal Ministero della Salute nel 2018 i ginecologi che rifiutano di supportare l’IVG sono il 68,6%, gli anestesisti, il 45,6%, il personale non medico il 38,9%), è subito evidente che interrompere una gravidanza, in tempi di pandemia, diventa quasi impossibile.

Nonostante si tratti di un’attività medica essenziale, molte strutture non la considerano tale e fermano gli accessi, quindi chi decide di abortire, spesso, viene costretta a portare avanti una gravidanza contro la propria volontà, fino al raggiungimento del limite massimo, con tutto quello che comporta questa scelta imposta, dal punto di vista fisico e psicologico.

La salute delle donne è secondaria.

La Rete Italiana Contraccezione Aborto Pro-Choice ha promosso e lanciato su Avaaz una lettera aperta al Presidente Conte, al Ministro Speranza e al Direttore di Aifa, Magrini, per chiedere misure urgenti a garanzia del rispetto della legge 194/78, privilegiando la procedura farmacologica che, in un momento come questo, potrebbe essere la più indicata.

C’è anche chi sta peggio di noi. In Polonia, a quanto pare, si approfitta dell’impossibilità di scendere in strada per protestare per far passare una legge che vieti l’aborto.

La violenza

Nel 2019, l’81,2% dei femminicidi è avvenuto all’interno della famiglia.
La convivenza forzata con uomini violenti può solo peggiorare situazioni che già erano insostenibili.

Oggi i dati di Telefono Rosa dicono che, nelle prime due settimane di marzo, le chiamate sono diminuite del 55,1% (da 1104 a 496) rispetto a marzo dell’anno scorso. Chiedere aiuto è diventato più difficile, perché chi esercita il potere di controllo su queste donne, lo fa in modo ancora più stringente.

Se anche le persone equilibrate, dovendo rimanere chiuse in casa per un periodo prolungato, rischiano di perdere il proprio aplomb, si può solo immaginare cosa può accadere nella testa e nello spirito di uomini violenti e paranoici e quanto le loro vittime siano costrette ad alzare la guardia in ogni gesto, in ogni parola, spesso inutilmente come abbiamo tristemente avuto modo di appurare.

Anche in questo caso il sistema non ha messo in atto misure adeguate per far fronte all’emergenza nell’emergenza.

Capiamoci: la violenza domestica non è innescata dalla situazione d’emergenza dovuta alla pandemia, quello che è davvero cambiato è che le poche vie d’uscita, create con tanti sforzi e tanta fatica, dalle associazioni che da anni lottano (con aiuti istituzionali risicati o inesistenti) per le vittime, in questo momento sono quasi annullate da misure drastiche di contenimento, che sono sicuramente sacrosante, ma che, ancora una volta, non tengono conto della situazione di queste donne.

La sicurezza delle donne è secondaria.

I centri antiviolenza sono aperti, ma non possono incontrare le donne che hanno bisogno di loro, non hanno mezzi per facilitare i contatti e non sono stati riforniti dei presidi sanitari essenziali per garantire la sicurezza a livello sanitario.

Esiste sempre un numero nazionale, il 1522, che ora è anche un’app telefonica scaricabile gratuitamente, ma manca un’azione concreta per fare in modo che le donne possano mettersi in contatto, in sicurezza, con i centri del proprio territorio.

Le organizzazioni del network D.i.re hanno presentato richieste a Governo, Parlamento e Conferenza Stato-Regioni per sollecitare più protezione alle donne che chiedono aiuto e perché ci sia un raccordo tra sistema antiviolenza, accoglienza e forze dell’ordine.

La conclusione

Quando penso a queste cose mi viene sempre in mente la storia della rana che, se lasciata in una pentola sul fuoco, non si rende conto che l’acqua si sta scaldando e si accorge di essere in pericolo solo quando è troppo tardi.

Ecco, credo che il rischio che stiamo correndo sia proprio questo. Se non cerchiamo subito di uscire da questa situazione, poi sarà troppo tardi, perché le cose saranno diventate normali per tutti.

Deborah Ugolini

Le immagini, la voce e le parole hanno sempre guidato la mia passione. Ho cominciato come videoreporter e oggi lavoro come videoteller, brand journalist e come consulente e formatrice. Vivo con curiosità e sono fermamente convinta che nella vita non esistano esperienze o competenze inutili.

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2 commenti su “Freelance e femminista: la pandemia e i diritti delle donne”

  1. È tutto vero, ma se le donne si ritrovano a dover fare tutto da sole in casa non è sempre colpa della società o del governo, ma è soprattutto perché hanno sposato o fatto figli con uomini che meriterebbero di restare soli e di non riprodursi. Assomiamoci anche noi le nostre responsabilità.

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    • Hai ragione! Ma non possiamo nemmeno fare finta che una società che continua ad essere estremamente patriarcale non influenzi la vita di tutte noi o che ci renda facile fare scelte logiche. Proprio per questo dobbiamo alzare la voce, dicendo anche quello che hai detto tu: che le nostre scelte influenzano la nostra vita e quella delle nostre figlie!

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