Le competenze per competere nella libera professione

Questo articolo prende spunto da una mini-serie di note vocali che sto tenendo per chi mi segue su Telegram e che spiega a chi cerca lavoro quali sono le competenze che, rispetto a un passato dove il sapere e il saper fare la facevano da padrone, oggi chi si occupa di recruiting e le imprese, ricercano e apprezzano di più.

Sono competenze utili a competere in un mercato sempre più complesso e, a volte anche capriccioso, e fanno parte della grande famiglia delle soft skill, ma forse sarebbe giusto parlare di strong skill (questa definizione non è mia).

Quando parlo di soft-strong skill intendo quelle competenze dette anche trasversali perché non afferiscono a un tipo particolare di professione o ruolo ma servono – e vengono richieste – a prescindere dal tipo di posizione e funzione in cui si lavora (e anche a prescindere dal tipo di contratto con cui ci si pone sul mercato).

Il progettista meccanico che seleziono oggi non può limitarsi a usare bene – o benissimo – il cad e a conoscere la modellazione 3D, ma deve saper comunicare e relazionarsi in modo positivo – lui che aveva studiato ingegneria perché i numeri e i cinematismi lo affascinavano più delle persone – organizzare il suo lavoro secondo priorità, fare gioco di squadra, possedere spirito critico, essere propositivo e via dicendo.

Queste sono le competenze che, a parità di capacità e conoscenze, fanno la differenza e possono determinare l’inclusione o l’esclusione da una selezione. 

Aggiungo un inciso che ritengo fondamentale: le soft skill non sono inscritte nel nostro DNA ma si possono apprendere, sviluppare e coltivare, motivo per cui ne parlo spesso e ne faccio oggetto di formazione.

E se valgono per chi lavora in azienda con un contratto più o meno indeterminato, vi assicuro che sono importantissime anche per chi, come noi, fa della libertà l’elemento distintivo della propria scelta professionale.

È per questo che voglio riprendere qui e rivedere in chiave freelance le competenze di cui ho parlato nelle note vocali.

Conoscersi oltre l’elenco di punti forti e punti deboli

Conoscersi per chi fa un lavoro come libera professionista è fondamentale, direi vitale. Non sono i punti forti e i punti deboli, ma la consapevolezza di chi si è a prescindere dal proprio lavoro, che il nostro più grande rischio è diventare ciò che facciamo e perdere un necessario equilibrio (work-life balance).

Conoscersi è anche fondamentale per riconoscere i propri elementi distintivi, quelli che andremo a evidenziare quando parleremo con un potenziale cliente, quando concorreremo per ottenere un lavoro, quando sosterremo un colloquio o gestiremo una trattativa commerciale.

Conoscersi significa avere chiaro quali sono le attività che possiamo gestire in autonomia per sviluppare la nostra impresa e cosa invece sarà opportuno delegare (oltre alla contabilità, intendo), significa capire quali collaborazioni esterne risulteranno più strategiche per il nostro business.

La conoscenza di sé però è tutt’altro che scontata e automatica, non cresce di pari passo con l’aumentare delle nostre candeline sulla torta, e soprattutto non è statica: perché noi siamo molto più di una serie di aggettivi e perché cambiamo, evolviamo e ci adattiamo a una vita che non ci chiede il permesso prima di metterci di fronte nuove sfide. Quindi cercare con consapevolezza e intenzione ma poi anche coltivare la conoscenza di sé è importantissimo, nella vita personale così come in quella professionale.

Comunicare e collaborare

Comunicare e collaborare sono due competenze che nessuno può ignorare o trascurare, neanche il più nerd dei programmatori informatici, figuriamoci noi!

Affronto queste due competenze, tra loro cugine, con un modello comunicativo messo a punto qualche anno fa, la Finestra di Johari: l’intuizione importante di questo modello è che, per entrare in relazione vera, comunicare e collaborare, serve aumentare lo spazio di reciproca conoscenza e riconoscimento.

Il modello prevede che, per ciascuno, vi sia uno spazio di condivisione, l’io aperto, dove ciò che io so di me è condiviso e riconosciuto da chi mi sta vicino, è lo spazio comune dove cresce la collaborazione.

Ma vi è anche un io segreto, ciò che di me io non voglio condividere. L’io cieco invece è ciò che di me vedono gli altri ma io ignoro (o mi rifiuto di accettare). L’io ignoto invece affonda le radici nell’inconscio ed è materia di lavoro del psicoterapeuta.

Tanto più ci conosciamo l’un l’altro (intendendo persone che lavorano insieme) tanto più saremo in grado di trovare strategie di comunicazione e collaborazione efficaci. E per ampliare questo spazio di gioco comune (l’io aperto) le azioni che possiamo mettere in campo sono principalmente due:

  • condividere e aprirci agli altri fornendo loro informazioni – come siamo, cosa ci piace e cosa no, come reagiamo alle situazioni – e quindi esporci
  • chiedere un feedback rispetto a ciò che gli altri vedono di noi e che magari a noi sfugge (c’è sempre qualcosa che di noi non cogliamo ma che è evidente a chi ci sta vicino).

Comunicazione e collaborazione efficace quindi sono due competenze che nascono di nuovo da una conoscenza di sé condivisa e ricercata mediante il feedback che, per chi non è inserito stabilmente in azienda, non è cosa facile, anzi.

Ed è proprio per questo che risulta determinante: perché se vogliamo avvicinarci ai nostri clienti e sviluppare un legame sempre più stretto (ribadisco, SE lo vogliamo), se vogliamo combattere l’idea, in chi ci ingaggia, di essere una dei possibili – e tanti – altri fornitori di un servizio, è questa una delle (dire)azioni da intraprendere. 

L’intelligenza emotiva 

Aggancio alla competenza precedente una, mai sufficiente, intelligenza emotiva che, partendo da noi e dalle nostre emozioni, trova la sua massima espressione nella relazione con gli altri. Nel concreto, l’intelligenza emotiva:

  • ci aiuta a mantenere quel self control indispensabile quando arrivano gli F24 o la telefonata del commercialista, ma è necessaria anche di fronte a picchi di lavoro all’apparenza insormontabili o, viceversa, a momenti di calma piatta che un lavoro alle poste ci sembra desiderabile
  • ci rende capaci di intravedere, cogliere e valorizzare le qualità altrui. Ci aiuta a mettere da parte il nostro giustificabile spirito di protagonismo per puntare il faro sul successo di un progetto e sul coinvolgimento positivo di chi vi partecipa.

L’intelligenza emotiva nel lavoro va oltre la capacità di sentire, riconoscere e accogliere le proprie emozioni, e si spinge verso la capacità di accettare anche quelle altrui, con un approccio che punta a riconoscere le persone in quanto tali prima che attraverso il loro ruolo.

E vorrei aggiungere, per chi lavora come consulente in azienda o è chiamata a un coordinamento funzionale (e non gerarchico) di altre persone, che questa competenza è davvero decisiva e non appaltabile. È un po’ come l’olio per i cardini di una porta: la porta si aprirà anche con i cardini poco lubrificati ma cigolerà e, tanto più i cardini si seccheranno, tanta più forza meccanica si dovrà applicare alla porta per (s)muoverla.

Autostima e auto-stima

Crederci è fondamentale per chi affida alla partita iva il proprio sostentamento. Avere fiducia in sé e possedere autostima, ovvero ritenere che il proprio sè reale (chi siamo e cosa sappiamo fare) possa raggiungere il sé ideale (ciò che vorremmo essere e le nostre ambizioni) rappresenta la benzina che alimenta il nostro incedere.

E, la parola non lascia dubbi: autostima significa che deve partire da noi.

Ma per una freelance, vicino a questa autostima vi è anche l’auto-stima: cioè la capacità di stimare la propria professionalità rispetto a un progetto, un compito, un cliente o anche un momento magari già particolarmente carico di impegni e scadenze. È un senso critico che non vuole tarpare le ali a nessuno ma salvaguardarne la credibilità professionale e stimolare la ricerca di competenze collaterali o formazione specifica.

Questa consapevolezza, ve lo assicuro, se accompagnata da onestà intellettuale e aspirazione a crescere, fa la differenza per chi deve coinvolgere una libera professionista, perché genera fiducia. Sapere di avere di fronte una persona in grado di valutare con realismo, non privo di entusiasmo, le proprie competenze, disponibilità, risorse e possibilità rassicura e riduce il timore sempre in agguato che qualcuno voglia vedere o vendersi a tutti i costi.

Vendersi è fondamentale, ma farsi comprare è anche meglio. 

Unire i puntini

Chiudo questa carrellata non esaustiva di competenze con una skill difficile da sintetizzare in una sola parola. Per spiegarla vi direi che è la capacità di unire i puntini, ovvero di mettere in connessione le informazioni per vedere il quadro dall’altro e per scorgere soluzioni nuove e diverse.

In quest’ultimo punto trovano spazio il pensiero laterale, la capacità di planare in modo trasversale su ambiti e competenze non specifiche, la curiosità, la velocità di pensiero e la capacità di fare sintesi: ovvero di raccogliere e ri-elaborare le informazioni.

Significa saper alzare la testa da quello che si sta facendo e guardare oltre, cogliere i segnali deboli e connetterli, mostrarsi sensibili anche su aspetti non necessariamente legati al proprio compito.

Significa, nel concreto e per chi è freelance, intravedere nuove opportunità professionali, cogliere un bisogno non ancora dichiarato da un cliente, intuire uno spazio di evoluzione professionale o la possibilità di una collaborazione strategica quanto inedita.

Significa saper lavorare anche per sé oltre che per i clienti.

Roberta Zantedeschi

Recruiter e formatrice. Passo gran parte del mio tempo a leggere CV, a fare colloqui e a cercare il giusto incastro tra le esigenze delle aziende e le aspirazioni di chi cerca un (nuovo) lavoro. Freelance convinta, mamma e compagna come meglio posso, blogger incostante ma presente.

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