Sposta l’elefante: non lasciarti fermare da uno svantaggio apparente

Stavo cercando un talk adatto per presentarmi al Freelancecamp 2019 di Marina Romea. Volevo fare qualcosa di molto personale: dopo aver ascoltato Barbara Pederzini, l’anno precedente, mi era venuta una gran voglia di mettermi in gioco completamente.

La cosa più personale che avevo da mettere in gioco era la difficoltà di dimostrare, ai miei potenziali clienti, che sono un’ottima professionista, nonostante i miei problemi di peso. Mi era sembrata una buona idea condividere trucchi utili per permettere a noi stessi di superare una prima impressione negativa.

La vera svolta, però, è stata quando ho parlato della mia idea a Silvia Versari. Grazie a lei, infatti, mi sono resa conto delle vere potenzialità dell’argomento, che da personale è diventato universale, permettendomi di raccontare quanto, ancora oggi, le donne siano discriminate nel mondo del lavoro.

La presentazione a Marina Romea è andata benissimo e in autunno ho avuto la possibilità di portare il talk, adeguatamente ampliato, anche al Wordcamp di Verona.

La prima impressione

Cosa pensa di noi chi ci vede per la prima volta? Che idea si fa? Che prima impressione diamo?

Si dice che la prima impressione sia quella che conta e, in linea di massima, è vero. Questo però, per molte di noi, potrebbe essere un problema, potrebbe rappresentare uno svantaggio, soprattutto se siamo lontane dai canoni estetici che la società ci impone per rappresentare un particolare ruolo.

I problemi veri arrivano quando questo (presunto) svantaggio ostacola la nostra realizzazione personale, ad esempio facendoci desistere dal metterci in gioco.

A Verona il talk è cominciato chiedendo, a chi non mi aveva mai vista prima, di indovinare che lavoro facessi.

L’insegnante.

Foto di Ian Lindsay da Pixabay

In effetti credo proprio di averne l’aria e in un certo senso non si tratta nemmeno di una risposta sbagliata, perché mi occupo anche di formazione. Nessuno ha pensato che potessi essere una videoreporter. Decisamente non ho l’aspetto di una che corre su e giù con una telecamera per fare le riprese. Eppure parte del mio lavoro consiste proprio in questo.

Tutti quanti ci facciamo una prima impressione basandoci sull’aspetto fisico, anche perché, quando ci troviamo di fronte ad uno sconosciuto, il suo aspetto è l’unica informazione che abbiamo; facciamo supposizioni sul suo ruolo nella società, sulle sue capacità, sul suo carattere e lo facciamo attingendo ai nostri stereotipi culturali.

La buona notizia è che difficilmente le persone intelligenti si fermano alla prima impressione e non è scritto da nessuna parte che un primo impatto negativo debba determinare il futuro di un rapporto di lavoro, di una collaborazione o anche di un’amicizia.

Come risolviamo il problema?

Se si tratta di un problema di peso (come nel mio caso), verrebbe da dire che va risolto con dieta e attività fisica.

Se fossi una bionda naturale, altra grande categoria che subisce stigmi sociali standardizzati, la soluzione potrebbe essere tingermi i capelli.

Ma quando il problema è l’appartenenza al genere femminile, la soluzione quale dovrebbe essere? Un cambio di sesso? Forse è un po’ drastica.

Eppure, lo sappiamo tutte, in quanto donne, spesso veniamo giudicate non all’altezza dei compiti per cui ci stiamo presentando, veniamo interrotte mentre parliamo, non veniamo prese sul serio, capita che siamo vittime di battute inopportune o attenzioni non richieste. Sono cose che purtroppo conosce bene ogni donna che lavora e che, come se non bastasse, a parità di qualifica, guadagna quasi sempre meno di un uomo.

Non c’è dubbio dunque che essere donne, nel mondo del lavoro, oggi, ci faccia partire in svantaggio. Questo significa che tenderemo ad essere messe in secondo piano e, se non riusciamo a reagire a questa situazione, svaniremo lentamente dall’orizzonte visibile, fino a quando il nostro lavoro, i nostri meriti, le cose buone che sappiamo fare, verranno attribuite ad altri.

Il proverbio indiano che dà il titolo a questo articolo (e al talk di Verona) recita “Se vedi tutto grigio, sposta l’elefante“.

Cosa significa? Che il nostro svantaggio oggettivo può diventare uno svantaggio apparente perché, come dicevamo poco fa, raramente le persone intelligenti si fermano alla prima impressione, quindi c’è qualcosa che possiamo (e dobbiamo) fare per riguadagnare terreno.

La consapevolezza del nostro svantaggio, oltretutto, ci mette in una posizione favorevole: possiamo agire sullo svantaggio per annullarlo, ma prima ancora possiamo approfittarne.

Come ci giudicano

Per prima cosa cerchiamo di capire e analizzare nei dettagli l’idea che di noi si fanno le persone, prima di avere la possibilità di conoscerci meglio.

Le persone in sovrappeso, ad esempio, si sentono sempre in colpa e tendono a reagire in modo sommesso e docile a provocazioni, offese e prevaricazioni.

Ma se siamo donne che lavorano tra gli uomini non ci succede forse qualcosa di analogo? Ci sentiamo in colpa per essere lì, come se non ce lo meritassimo, anche se in fondo sappiamo che non è vero.

Questo succede per qualsiasi tipo di difetto fisico, temporaneo o permanente, perché il mondo che mostra la sua perfezione non accetta le imperfezioni; le imperfezioni diventano colpe: non rispettare i canoni estetici standard significa non aver fatto abbastanza per cancellare o eliminare le nostre (presunte) imperfezioni; per questo sentiamo di doverci giustificare, di doverci scusare, anche quando si tratta di elementi totalmente irrilevanti per lo svolgimento del nostro lavoro.

Foto di Brigitta Berninger da Pixabay

Tornando a noi: dato che sono grassa, chi mi vede per la prima volta probabilmente penserà che sono insicura, docile, timida, impacciata, non troppo sveglia e completamente sottomessa (chi mi conosce a questo punto ride).

Se sono una bionda naturale sono stupida, arrendevole e interessata esclusivamente a trovare un uomo che si prenda cura di me e mi comperi tante cose belle.

In quanto donna sicuramente sono lì perché l’ho data a qualcuno, in realtà sono un’incompetente e avrò tutt’al più un ruolo marginale.

Potremmo andare avanti all’infinito con gli esempi.

Il punto è: questo è quello che pensi di me?

Benissimo!

Manteniamo un basso profilo

Le persone intelligenti parleranno con noi, per conoscerci meglio e per capire se e come possiamo essere utili per il loro business (stiamo sempre parlando di situazioni prevalentemente lavorative).

Ma sappiamo benissimo che nella vita non si incontrano solo persone intelligenti, quindi ci sarà una parte di individui che ci bollerà immediatamente come non sveglie, magari stupide, che darà per scontato che siamo incompetenti e siamo lì per meriti diversi da quelli professionali.

Mantenere un basso profilo, allora, significa lasciar pensare loro quello che vogliono e, contemporaneamente, osservare, analizzare, raccogliere quante più informazioni ci è possibile.

Si dice che possiamo anche vestire un asino da cavallo, ma prima o poi raglia.

Chi ci sottovaluta non perderà tempo a mostrarsi meglio di quello che è, non coprirà i propri punti deboli, non penserà di doverci trattare con riguardo e, presto o tardi (più presto che tardi), mostrerà il suo vero volto; individueremo immediatamente le persone superficiali, quelle che cercano di compiacere solo ed esclusivamente chi, secondo loro, conta, perché non ci considereranno, a fatica ci rivolgeranno la parola, per loro non esistiamo; ma queste persone prima o poi potrebbero avere bisogno di noi.

Immaginiamo una riunione in cui ci troviamo con quelli che potrebbero essere i nostri futuri colleghi o collaboratori. Una prima impressione svantaggiosa, in un caso come questo, è più che un vantaggio, possiamo dire che è quasi barare.

Lasciandoli pensare ciò che vogliono, abbiamo tutto il tempo di capire con chi abbiamo a che fare e prepararci a gestire ogni possibile situazione.

Effetto WOW!

Una volta che abbiamo capito in quali acque stiamo nuotando, siamo pronte per fare la nostra mossa, per emergere come Venere dalle acque e mostrarci in tutta la nostra scintillante competenza.

Questo è il momento di far vedere chi siamo e cosa siamo capaci di fare, azzerare le distanze, annullare lo svantaggio, è il momento di spostare il nostro elefante.

Essere consapevoli del nostro (presunto) svantaggio, rischia di focalizzare la nostra attenzione solo su questo elemento negativo. Se noi per prime lo viviamo come un problema, sarà percepito come un problema anche dalle persone che ci stanno di fronte.

Il fatto di essere in sovrappeso, di essere una bionda naturale, di essere una donna, non inficiano minimamente le nostre capacità professionali, non c’entrano assolutamente nulla con quello che siamo o non siamo in grado di fare; in altre parole non sono elementi importanti ai fini della relazione che stiamo instaurando in quel momento, quindi non dobbiamo farli entrare in questo rapporto, non sono degni della nostra attenzione, né di quella dei nostri interlocutori.

Foto di tevenet da Pixabay

La magia è che, nel momento in cui togliamo l’attenzione dal (presunto) problema, questo smetterà di esistere anche per chi sta parlando con noi.

Come si fa?

Dobbiamo essere quello che diciamo

Non siamo le stesse persone con i nostri amici, con i nostri clienti, con i colleghi, con i parenti, con i collaboratori; non perché non siamo persone sincere, ma perché, in ognuna di queste relazioni, mettiamo in gioco cose diverse.

In ambito professionale è ancora più importante focalizzarsi sull’essenziale.

Il segreto è costruire una realtà attraverso le nostre parole. Raccontiamo chi siamo e diventiamo quello che stiamo raccontando. Sembra più complicato di quel che è.

Io ho imparato a farlo lavorando in radio. Avere la libertà di parlare senza essere vista mi ha permesso di allenarmi a costruire mondi solo con la voce e le parole.

Le nostre parole costruiscono il senso e la realtà che stiamo vivendo e succede anche quando la persona con cui stiamo parlando è di fronte a noi.

In questo senso dobbiamo essere quello che diciamo, perché quello che stiamo dicendo è importante, per chi ci sta di fronte, molto più del nostro aspetto o della prima impressione che ha avuto; quello che noi stiamo dicendo, quello che stiamo raccontando, il mondo che stiamo costruendo è l’unica cosa importante in quel momento.

Ecco che l’immagine che diamo diventerà quella del mondo che abbiamo creato per quella particolare relazione e le persone ci vedranno come noi vogliamo che ci vedano: l’elefante non c’è più e la prima impressione nemmeno.

Deborah Ugolini

Le immagini, la voce e le parole hanno sempre guidato la mia passione. Ho cominciato come videoreporter e oggi lavoro come videoteller, brand journalist e come consulente e formatrice. Vivo con curiosità e sono fermamente convinta che nella vita non esistano esperienze o competenze inutili.

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