Elogio all’imperfezione: il mestiere del designer

Che cosa significa essere designer oggi?

Progettare oggi non è solo una professione, ma prima di tutto un atteggiamento. Il design ha molte connotazioni. È l’organizzazione di materiali e processi in modo più produttivo, in un equilibrio armonico di tutti gli elementi necessari per una determinata funzione. è l’integrazione dei requisiti tecnologici, sociali ed economici, necessità biologiche, ed effetti psicologici di materiali, forma, colore, volume e spazio. Non dimenticando mai le relazioni che tutto questo instaura.

Questo non è farina del mio sacco, ma una definizione László Moholy-Nagy fondatore della nuova scuola di Bauhaus a Chicago che nel 1946 spiegava nel suo libro Vision in motion il mestiere del designer.

Mi piace pensare al design come un sistema organico che vive su un equilibrio armonico e interconnesso, sono d’accordo sul fatto che oggi, più che mai, dobbiamo parlare di integrazione del diverso come tecnologia e psicologia, ma tutto questo ancora non basta a definire il nuovo ruolo professionale che siamo chiamati a rivestire.

Alla base del mestiere di designer ci sono sicuramente le capacità tecniche, quelle che si acquisiscono col tempo e l’esperienza, ma che non sono tutto. Quello che fa la differenza è per me la resilienza: la capacità di adattamento ai cambiamenti esterni.
I metodi ai quali ci affidiamo come designer sono importanti, cambiano nel tempo e si aggiornano, si compongono o risentono dei trend del momento. Conoscerli è importante, sono fondamentali per costruire la propria professione, ma non bastano.

In un momento storico, sociale così complesso da interpretare, così difficile da seguire, così veloce nei cambiamenti e nella tecnologia, far affidamento solo sugli strumenti equivale ad una scommessa molto rischiosa..
Il designer può affrontare il cambiamento sociale se sa trasformare il proprio sapere in soluzioni e capacità di adattarsi agli agenti esterni.

Allora che designer vogliamo essere?
Io purtroppo l’ingrediente segreto non ce l’ho, ma posso dirvi dove cerco l’ispirazione ogni giorno.

Il designer sa progettare per le persone

Le nostre giornate da designer sono all’insegna di prodotti e servizi, ma non bisogna dimenticare che dietro c’è qualcuno che utilizzerà quelle cose. Siamo designer ma siamo anche figli, genitori, amici, utenti e clienti, giocatori di bridge e aracnofobici. Siamo tante cose insieme e spesso ce ne dimentichiamo quando lavoriamo per il nostro target di riferimento. Quel target si chiama persona che, come noi, è logica ma anche emozioni, quelle che ci aiutano a capire e a progettare al meglio.

Il designer sa rifuggire le soluzioni predefinite

I guru sono altrove e nessuno ha la polvere di folletto in tasca. Non esistono soluzioni magiche a problemi complessi e diversificati. I problemi nascono dal prodotto e dalle risposte delle persone, identificare il problema corretto è la chiave di volta. Identifichiamo il problema, valutiamo se è risolvibile (tame) o irrisolvibile (wicked) poi poniamoci le domande giuste e la soluzione seguirà in maniera fluida e naturale.


Il designer sa imparare a divergere

O almeno proviamo a cambiare prospettiva. Usciamo dagli uffici, fuori c’è un mondo che corre e sempre una soluzione, bisogna solo saperla vedere. La risposta spesso è lì da qualche parte, in qualche prodotto analogo, ma diverso. Le soluzioni pre-esistono in qualche parte del mondo bisogna solo saperle vedere e uscire dai percorsi prestabiliti.

Il designer sa ascoltare, veramente

Le persone comunicano in molti modi, bisogna imparare ad ascoltare senza preconcetti. Se ci si avvicina ad un progetto con idee preformate non c’è la possibilità di cogliere la realtà dei problemi.
 Ascoltare empaticamente, senza preconcetti e giudizi è uno stato di profonda connessione che ci fa capire a fondo le persone, gli ambiti di utilizzo, i problemi e i desideri. Solo attraverso una reale connessione empatica saremo in grado di vedere emergere le soluzioni.

Il designer sa avere il coraggio

Bisogna avere il coraggio di dire dei no, di rimanere voi fedeli ai principi che vi siete dati, di andare contro corrente e di sapere dire dei no quando il progetto non risponde ai requisiti base del vostro approccio. Si può coltivare l’elasticità e la resilienza, ma è importante stabilire quale è il limite tra un corretto design a misura di utente finale e il desiderio vanesio di un committente privo di utilità.
 Progetti scadenti nel risultato e nei processi portano solo altri progetti scadenti. Affiniamo il fiuto e piuttosto declinate gentilmente. Non accontentiamoci e non dimentichiamo mai la nostra bussola morale sarà quella guidarvi nei mari in tempesta.
Scegliamo il vostro mantra personale, con cura, che vi rispecchi da rileggere nei momenti difficili.

Il designer sa meravigliarsi, sempre e comunque

Scrive Federico Badaloni:

Se non vi stupite, il tempo è sterile. Rischiate di aspettare che le cose vadano in un certo modo prima ancora che esse accadano. Pensate di aver già visto, di avere già udito, di aver già capito.
Se non vi stupite vi annoiate. E annoiate tutto intorno. Il tempo dello stupore è carico di doni. Chi sa stupirsi, si innamora.

Il designer sa innamorarsi

Delle persone, del team, del progetto ma non innamoriamoci del prodotto. Facciamo prototipi che distruggeremo e rifaremo dopo ogni testing insieme alle persone di riferimento. Manteniamo un sano “non attaccamento” ci permetterà di restare distaccati e analitici rispetto ai problemi, concentriamoci sui processi sulle relazioni, sui passaggi e sui cicli, il focus e la vostra energia deve essere sulla relazione tra il prodotto e le persone, dove si forma l’esperienza.

Il designer sa divertirsi

Siamo fortunati, facciamo un mestiere che ci porta a cambiare, ad imparare e ragionare e a sperimentare. Mantenere l’ironia e l’autoironia, di fronte ad una sana risata non esiste ostacolo insormontabile.
Questo è il designer che vorrei essere.
 Poi bisogna saper essere indulgenti con sé stessi e riconoscere che non sempre si riesce a a realizzare tutto quello auspicato.

Siamo designer, siamo umani, siamo imperfetti, proviamo solo a costruire mondi migliori dove vivere.

5 commenti su “Elogio all’imperfezione: il mestiere del designer”

  1. secondo me alla base del mestiere di designer c’è una laurea in Design, banale ma vero
    troppi improvvisati oggi!

      • sì di imparare non si finisce mai nemmeno dopo la laurea, studiare per molti non serve, ma passare tanti anni sui libri, studiare e scoprire cose che non sapevi nemmeno esistessero, confrontarti e perchè no, venire anche duramente criticati da persone che conoscono il campo molto più di te, è appunto una scuola, che nessuna attività di autodidatta o corsi qua e là potranno sostituire
        alcune cose le impari anche all’università, anche di gestione del brand per esempio
        però diciamo che come sempre in Italia le cose sono sempre “particolari” infatti..non esiste nemmeno un albo professionale per i designer mi sembra, assurdo con la storia che abbiamo

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