Personal Branding per sottrazione

Hai notato? Nel personal branding si sta sempre lì a pensare a cose che non hai e che devi aggiungere. La mission? Check. Il sito bello con il logo one of a kind? Check. Il cliente ideale con tanto di gusti musicali e libro preferito? Check. Ma in questa foga di aggiungere e barrare tutte le caselline si rischia di perdere qualcosa. Per esempio, l’originalità: tutti fanno tutto allo stesso modo (per esempio, guarda qui).

Esiste un modo diverso di fare le cose, più creativo, meno conformista, che non lavora per aggiunta ma per sottrazione, seguendo la filosofia del “less is more”? Che non segue la massa ma che va controcorrente? Sì. Ho trovato qualche esempio, così ti puoi ispirare.

  • Il negozio che vende on line in tutta Italia. Ma senza un sito. Come fa? Semplice: Ti mostra i suoi prodotti via Instagram e ti chiede di fare l’ordine via mail. Perché? Perché il contatto via mail è più caldo e personale di un ordine via carrello virtuale, perché così ogni cliente è un nome, perché ci si conosce, perché è più “analogico”. Così, l’esperienza d’acquisto è già diversa dalle altre, si distingue, si fa notare.
  • La copy che non frequenta i social. E non per snobismo: lo spiega bene qui (e mi ha dato l’ispirazione per il post che stai leggendo). Se vuoi leggere quello che scrive, hai un solo indirizzo da digitare: quello del suo sito. Ma non è del tutto vero che non sta sui social: ci sta grazie a una schiera di follower che condivide quello che scrive lei.
  • Il brand di arredamento nordico che non vende on line. Sul sito trovi il catalogo, il blog e tutto quello che puoi aspettarti, ma non lo shop: c’è solo un elenco di rivenditori autorizzati. Perché? Non solo per motivi logistici, ma anche perché in questo modo sottolinea il carattere esclusivo e artigianale del prodotto: lo trovi in pochi posti, e riuscirci è già una piccola caccia al tesoro.
  • La scrittrice-performer che non ha bisogno di dimostrarci che sa scrivere un blog.
  • Il cantante che ha raddoppiato la sua popolarità senza mettere nemmeno una canzone on line. Come? Usando in modo intelligente e “umano” i social.

Devo ancora trovare, ma li sto cercando:

  • la make up artist che fa a meno dei video in cui si trucca
  • la food blogger che si fa conoscere senza il binomio ricette & recensioni
  • la life-style guru che non fa programmi di affiliazione

Attenzione però, tutti questi esempi non servono a farti pensare: ah, anche io quello non lo so fare, quindi posso farne a meno. I casi che ti cito a esempio potrebbero benissimo fare come tutti gli altri, hanno scelto di non farlo. C’è una bella differenza.

La lezione che puoi portarti a casa non è: allora faccio meno anche io, così non faccio fatica. Ma è: nel tuo personal branding e nella tua presenza on line quello che scegli di non fare conta quanto quello che scegli di fare (e forse anche di più). E adesso, fai pure le tue sottrazioni, e vedi un po’ se ti tornano i conti.

Gioia Gottini

Sono una coltivatrice di successi: aiuto le donne a mettere a fuoco i loro talenti, mettersi in proprio e farlo con successo. Potrei parlare per ore (e lo faccio) di: imprenditorialità femminile, individuazione dei propri talenti, branding, gestione del tempo, educazione ad alto contatto, self-help, piccoli piaceri quotidiani.

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10 commenti su “Personal Branding per sottrazione”

  1. Gianni Morandi è adorabile nel suo essere se stesso, e cimentarsi con qualcosa che per lui era nuovo. Non aveva il bisogno di far conoscere le sue canzoni, che almeno tre generazioni canticchiano in modo inconscio. Nel suo caso ha aggiunto qualcosa che non aveva potuto avere – il contatto diretto con le persone. Un cantante nuovo e poco noto che faccia lo stesso sarebbe davvero controcorrente.
    Ma il concetto Less is more è sempre molto utile e apre nuovi modi di vedersi!

    • Sì Elena: Gianni non aveva nessun bisogno di fare questa cosa (voglio dire, può benissimo vivere di rendita) però l’ha fatto lo stesso. E credo che in questo modo abbia raggiunto un pubblico nuovo, che non conosceva le sue canzoni, e forse ora sì. Secondo me un cantante emergente può lanciarsi in tanti modi, forse farlo “solo” mettendo la sua musica on line non è la strategia migliore. Amanda Palmer per esempio – non è nuova, però – lo fa con Patreon, un concept molto interessante di mecenatismo 2.0

  2. Oh mamma. Potrei candidarmi foodblogger senza esserlo, visto che pur non essendolo sono stata nominata e recensita (pure da Sale e Pepe) come tale.
    Ho creato un fritto misto… ecco, forse la mia mail che riceverai inizierà proprio così.
    È comunque questa frase dello scelgo non scegliendo, mi intriga non poco.

    Diana

  3. Altro magnifico post illuminante in un periodo di grande fermento per me. Sto progettando incontri e articoli per i prossimi mesi e vokevo spiegare perché non faccio certe cose che altre fanno e questo post capita “a fagiuolo”. Almeno a me per chiarirmi le idee su cosa mi rappresenta e cosa no. Grazie per i link che condividi sono sempre interessanti.
    (Va beh con Gianni però si vince facile è un amoreeeeee)

  4. dopo la lunghissima conversazione su Etsy, questo post, che mi ero persa, penso sia davvero illuminante, chi ha detto che per vendere bisogna avere uno shop? o che la vendita si può fare solo con ecommerce costosi ma impersonali? o che un sito debba essere fatto solo per vendere? interessantissimo, in tempi di marketing human to human, penso che mandare una mail per avere informazioni al posto di trovarsi persi in mezzo alla folla di un marketplace, non abbia paragoni
    grazie per lo splendido lavoro che fate ragazze!

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