Un caso vero di burnout e come uscirne

Burnout non vuole dire solo stanchezza e ogni episodio è diverso dall’altro. Una nostra amica ci è passata e le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza, per aiutarti a riconoscere i sintomi e intervenire per tempo.

Da quanto tempo lavori da freelance e che lavoro fai?

Ho cominciato a stare male dopo circa 7 anni da libera professionista. Senza entrare troppo nei dettagli, offrivo servizi alla persona e mi trovavo ad aiutare i miei clienti ad affrontare gli aspetti pratici e psicologici di momenti molto importanti della loro vita.

E poi cosa è successo?

Ho avuto l’anno più bello e pieno della mia vita da freelance, ironicamente. Ho passato dodici mesi in giro per l’Europa con trasferte anche prestigiose e tanti contatti promettenti per il futuro, un fatturato in crescita finalmente alla quota che mi ero prefissata e un numero di clienti in linea con i miei obiettivi di marketing.

Insomma, sembrava che tutto andasse per il meglio, in mezzo ci avevo fatto stare anche una bella vacanza con la mia famiglia e per il mio compleanno mi ero presa qualche giorno tutto per me. Poi a novembre è arrivata improvvisamente la “stanchezza”. Una sensazione del tipo “adesso mi chiudo in casa con uno scatolone di romanzi rosa e due bottiglie di vino rosso”. Ho tirato ancora un po’, ma cominciando a perdermi per strada qualche impegno. E per la prima volta invece che panico misto a senso di colpa e voglia di rimediare, di fronte ai pezzi che si perdevano per strada la sensazione era di… nulla. Niente di grave stava veramente succedendo, mi dicevo. Anzi, “chissene”. A dicembre ho deciso di fare una lunga pausa per le feste, perché comunque capivo di essere stanca e che non fosse normale che invece dell’adrenalina il mio corpo mi mandasse stimoli di abbiocco… Al rientro a gennaio però ho scoperto di non riuscire a ripartire.

Quali sintomi avevi, oltre alla stanchezza?

Quello che più mi ha colpito è che non accendevo il telefono e non aprivo le email. Avevo fisicamente la nausea ogni volta che pensavo anche solo di farlo, e pensare che prima un controllino al volo lo facevo anche nei giorni di festa. Poi avevo strani ‘flash’ nell’arco della giornata, momenti in cui per associazioni varie la mente mi riproponeva immagini mentali di una delle numerose trasferte di lavoro.

Ero abituata a ripercorrere mentalmente le fasi di un progetto per verificare di avere fatto tutto, ma in questo momento era più come se il mio subconscio rigurgitasse immagini mentali che aveva archiviato, per liberarsene. Proprio come quando si vomita dopo una sbornia… non una sensazione piacevole. Altra cosa, ero insofferente a qualsiasi forma di confronto o aspettativa esterna. Anche in positivo, tipo di persone che mi scrivevano per sapere come stavo. La risposta mentale istintiva era “cosa te ne frega?” come se interpretassi le richieste preoccupate esterne non come interesse partecipato nei miei confronti ma come l’ennesima aspettativa tradita. Insomma, come se quando le persone chiedevano di me ci fosse un sottotesto del tipo: “Come mai non sei online? Non è quello che mi aspetto da te”. La reazione era di fastidio e insubordinazione.

Il paradosso? In fondo in fondo non stavo male, anzi. Stavo benissimo quando non pensavo al lavoro e quando mi occupavo di tutto il resto e venivo lasciata in pace. Il che a sua volta paradossalmente aumentava i sensi di colpa latenti e la nausea e mi teneva sempre più lontano dall’affrontare i problemi.

Quindi? Cosa hai fatto?

Inizialmente proprio niente, mi sono detta che avevo solo bisogno di riposarmi un po’ di più. Ancora un paio di giorni e poi torno più in forma di prima, pensavo. Intanto faccio un po’ di sesso con mio marito, gioco un po’ di più coi bambini, non apro Instagram per un’altra settimana. Ma più mi allontanavo dal lavoro e meno voglia avevo di tornarci.

Dopo un mese così ho capito che qualcosa non andava e che avevo bisogno di aiuto esterno. Sono andata dal medico curante e ho chiesto consiglio su un terapeuta che mi aiutasse a ritrovare il bandolo della matassa. Ho cominciato una terapia settimanale supportata da un antidepressivo in dosaggio leggero e pian piano ho cominciato la mia convalescenza, come l’ha definita la mia psicologa.

Sei riuscita a capire quali sono state le cause del tuo burnout?

Credo che ci siano state diverse concause (ma non è sempre così quando si tratta della psiche?), ma la mia psicologa ha usato una frase, “lesione dell’ego”, che secondo me riassume bene tanti aspetti che intuitivamente avevo già identificato come dannosi. Per esempio, la sovra-esposizione sui social network che viene naturale quando si sviluppa un marchio personale. Per anni avevo cercato di mantenere una narrazione di me e del mio lavoro che fosse allo stesso tempo sincera e onesta e in linea con una strategia di marketing. Dietro a questa cosa apparentemente semplice c’era uno sforzo erculeo e conseguenze devastanti.

Sforzo perché comunque un lavoro del genere richiedeva una “auto-censura” costante, seppur minima, che mi dava la sensazione di non essere mai libera di essere me stessa. Conseguenze perché avere successo in questa strategia significava che migliaia di persone sapevano chi ero e avevano la sensazione di conoscermi, e di conseguenza proiettavano su di me aspettative di ogni genere. Aspettative che io sentivo come catene addosso, perché appena non le “rispettavo” partiva un coro di “da te non me lo aspettavo”.

Ma era una cosa specifica del tuo tipo di lavoro o pensi sarebbe successo con qualsiasi altro incarico da freelance?

Un po’ tutti e due. Sicuramente il mio lavoro, o meglio ancora la filosofia con cui avevo scelto di svolgerlo, mi esponeva particolarmente a questa situazione. Lo spirito con cui offrivo i miei servizi infatti era quello di aiutare i miei clienti a svincolarsi dalle aspettative degli altri per seguire le proprie inclinazioni, offrendomi come supporto concreto.

Questo significava che tra noi si sviluppava spesso un rapporto molto stretto e di affidamento nei miei confronti che aumentava tantissimo il mio coinvolgimento emotivo e le aspettative dei miei clienti nei miei confronti. Lavorando con aziende invece che privati questo non sarebbe successo. D’altra parte, l’aspetto di sovra-esposizione sui social network e in internet aveva a che fare con la mia situazione di freelance che deve sempre cercare nuovi clienti, quindi non sarebbe cambiata con un altro lavoro.

Hai mai pensato di smettere di fare la freelance?

Oddio, sì, almeno una volta al giorno! Ma quello anche prima. Non mi sono messa in proprio per ambizioni di autonomia e ho sempre mal digerito l’incertezza finanziaria legata al continuo procacciamento di clienti e la responsabilità amministrativa. Quindi direi che il burnout non c’entra.

Adesso cosa fai?

Lavoro di nuovo. In questi anni avevo tenuto e sviluppato contatti anche con aziende, per cui appena ho cominciato a uscire dalla convalescenza ho avuto la possibilità di riprendere immediatamente a lavorare e a ritmi soddisfacenti. Ma non tornerò più a lavorare per i privati come facevo prima.

Ti manca il lavoro che facevi prima?

Per niente. Non rimpiango di averlo svolto e sono molto orgogliosa dei traguardi che ho raggiunto, ma anche quando incontro vecchi colleghi o clienti non provo alcun desiderio di tornare indietro. Anzi, sono molto felice di poter vivere nel tempo libero quelle relazioni e certi interessi collegati. Se possibile è un aspetto che ha risvegliato la mia creatività.

Cosa è cambiato nel tuo modo di essere freelance, dopo il burnout?

Prima di tutto ho un acuto senso dei miei limiti personali. Per certi versi ho una ridotta tolleranza nei confronti dello stress e delle interazioni personali, ma sono convinta che questo sia un preziosissimo campanello d’allarme che ho imparato ad ascoltare. Ora se sono in contesti pubblici e sento un leggero disagio non ho esitazioni a scusarmi e trovare un angolo in cui stare da sola. Vado spessissimo al parco a camminare e quando mi è stato offerto di farlo in compagnia ho rifiutato, perché ho capito che in questi momenti di solitudine all’aria aperta mi ricarico tantissimo. Tutto questo si traduce anche in “no” molto più convinti sul lavoro. Mi è capitato che un cliente cercasse di farmi pressioni su un lavoro che non rientrava nel pattuito, cercando di addossarmene le responsabilità, e non ho avuto remore a rifiutare di farmene carico. Pacatamente ma con fermezza. E zero sensi di colpa.

In parallelo ho scelto una strategia di marketing in cui sentirmi a mio agio. Non ho più profili social completamente pubblici, ho un sito più vetrina che strumento di vendita, e cerco di sviluppare relazioni prevalentemente uno-a-uno IRL, in cui posso evitare di auto-censurarmi.

Hai un ultimo consiglio per le nostre lettrici?

Due. Il primo è di allenarsi a distinguere tra “uscire dalla zona di comfort” e il vero e proprio disagio. Spesso, soprattutto noi donne siamo portate a credere di dover/poter sempre fare meglio, sforzarci di più, crescere continuamente, e ci convinciamo che per farlo sia necessario soffrire. Ma mettere alla prova i propri limiti non dovrebbe mai essere doloroso o darci la nausea. Se quelli sono i sintomi, vuol dire che siamo andate troppo oltre.

Il secondo consiglio è chiedere aiuto al primo campanello d’allarme. Prima di questa situazione ero abituata a risolvermi i problemi da sola, con l’auto-analisi e lo studio. L’unica esperienza con un terapeuta che avevo avuto mi aveva lasciato scettica e diffidente. Ma rivolgermi al mio medico e poi intraprendere la terapia con la mia psicologa è stato fondamentale anche per dividere il carico della responsabilità della soluzione e cominciare ad accettare i miei limiti.

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