L’angolo del freelance femminista. Intervista a Roberto Pasini

Trump ha vinto le elezioni. E io l’ho presa male.
Ho frignato un po’, tanto.
Ho frignato ancora di più quando Hillary Clinton ha detto che non finisce qui, che lei ci ha provato. Che ora tocca a noi provarci. Poi ho smesso di frignare e l’ho presa in parola, che come dice un tweet ancora attuale, 1 donna ogni 3 giorni in Italia muore uccisa da un uomo che conosce.
Allora ho pensato che una rubrica con la parola femminista nel titolo ci stava e miss Marano è stata subito d’accordo. Ecco l’angolo del freelance femminista, una rubrica che ci tiene a parlare di femminismo con maschi e femmine, freelance e non. Una rubrica rispettosa nei toni e nei modi, fatta della solita intervista a persone diverse. Una rubrica che si chiede, come spiega bene la giornalista inglese Caitlin Moran, come si fa a essere donne e a dire “non sono femminista” e anche – aggiungo – come si fa a essere uomo e a dire “non sono femminista”? Questa rubrica ci vede tutti come esseri umani, che la parità di genere è un problema di tutti, per diventare come ha detto meglio di me l’attrice inglese Emma Watson “la versione più vera e completa di noi stessi”.

Oggi intervistiamo Roberto Pasini

Descriviti.

Italiano all’estero, straniero ovunque. Mi pagano per fare il grafico e il web designer, ma sono gratuitamente curioso verso ogni cosa che incontro.

Cosa significa per te femminismo? Quanto pensi c’entri il sesso, i peli, i lavori domestici, i commenti sul fisico?
“Femminismo” è disagio. È tipo Little Tony e Bobby Solo a Sanremo, o Bersani che dice “compagni”. È quel senso lì di inadeguatezza alla modernità. Preferisco “femminile”, che racchiude attenzione e delicatezza, consapevolezza e ciclicità. Ho un grande rispetto per la mia parte femminile, e sono felice scorra potente nella mia famiglia. Luke, io sono tua madre.

Ogni volta che la donna si è adeguata all’uomo, la femminilità ha subìto una sconfitta pari solo alla carbonara vegan per i vegani.

Associo a “maschile” e “femminile” caratteristiche diverse ma complementari: nessuna delle due è sbagliata, ciascuno è un po’ di entrambe e non ci se ne deve vergognare. Credo nell’equilibrio personale, mentre maschilismo e femminismo tendono a sbilanciare questi rapporti, a creare divisioni nette.

Ti è mai capitato di essere discriminato sul lavoro o a scuola per via del genere?
Uomini e donne sono continuamente discriminati: questo accade perché i centri decisionali sono quasi tutti in mano a uomini (o a donne “maschie”), o perché si confina la realizzazione delle donne al solo ambito familiare, o perché trattiamo la sessualità con vergogna e frustrazione nonostante sia un cardine dell’esistenza.

Nel tuo quotidiano paghi uno scotto personale per via del genere?
No, nessuno.

Ti è mai capitato di essere l’unico uomo sul posto di lavoro?
Lavoro da solo da molti anni, e mi relaziono continuamente con persone di tutti i tipi.

Non faccio veramente caso al genere, ma alla singolarità della persona: mi piacciono le persone acute, curiose e straordinarie, e ho la fortuna di incontrarne spesso nonostante al mondo siano la netta minoranza.

Quali pensi siano i tuoi limiti in quanto uomo? Che cosa potrebbe aiutarti a migliorare il tuo lavoro?
Abito in una città, Parigi, estremamente aperta: qui il genere non crea limiti, si tratta solo di trovare il contesto adatto in cui valorizzare la propria identità. Per dire: non conosco nessuna ragazza a cui sia stato chiesto, a un colloquio di lavoro, se avesse intenzione di fare figli; anzi ho un’amica che è stata assunta a tempo indeterminato quando era al settimo mese di gravidanza. In altri posti del mondo, incluse molte parti d’Italia, è normale pensarci due volte prima di assumere una persona che potrebbe andare in maternità.

Qui a Parigi molte donne e molti uomini vivono da soli, sono single e non ambiscono a metter su famiglia; ci sono coppie di tutti i tipi, omosex, bisex, aperte, chiuse, chiuse per ferie, chiuse per fallimento, scambiste, interrazziali; ci sono poliamanti, preti e suore, ed è tutto socialmente accettato. Il quartiere ebraico confina col quartiere gay, e se un rabbino sbaglia fermata della metro rischia di trovarsi a dire il sermone in un night club.
A me piace così.

Comunque: l’unica cosa in grado di migliorare il lavoro è avere a che fare con persone intelligenti, capaci e mentalmente aperte. Persone che conoscano bene il loro lavoro, che si siano guadagnate il proprio ruolo, che abbiano fatto esperienze di vita formative e intense.

Che tipo di sostegno ci vuole per raggiungere la tua passione, il tuo sogno, che cosa farebbe davvero la differenza?
Una casa di proprietà, per quanto piccola, sarebbe un aiuto immenso.
Ma non ci si deve lagnare, perché gli ostacoli sono lo stimolo maggiore per raggiungere i propri obiettivi.

Quanto pensi influisca la politica nel femminile o sulle minoranze? Ci pensi mai quando vai a votare?
La politica è retrograda. Dovrebbe essere il faro-guida della società, invece si limita ad esserne la più bassa rappresentazione, ad assecondarne i colpi di stomaco.
La politica ha un grande potere, e ci penso ogni volta che esercito il voto. Credo poco alle quote rosa, ma do il mio voto a chi promette leggi di inclusione e uguaglianza.

“Ad una conferenza
di donne femministe
si parlava di prender coscienza
e di liberazione
tutte cose giuste
per un’altra generazione”
– Giorgio Gaber – Un’idea

C’è un libro, un gesto, una persona che con le sue parole, o con il suo atteggiamento ti ha ispirato? Qualcosa che ti ha influenzato positivamente anche solo facendoti riflettere in proposito? Ce ne parli?
Più che un’opera, c’è un fiume culturale dentro il quale mi sento immerso, pieno di correnti artistiche, parole non dette, stereotipi non alimentati.
L’essere stato cresciuto da donne eccezionali, l’essere entrato in contatto per caso con mondi molto diversi dal mio, l’essermi andato a cercare in posti lontani da casa.

Dovessi fare un nome, direi Dargen D’Amico, che ha rovesciato il machismo rap creando un mondo di aperture e curiosità invece che di conflitto e violenza. L’ha fatto senza dover scrivere un inno al femminismo, ma usando un linguaggio attento in tutte le sue canzoni.
Però ad essere onesto a me piacciono molto, artisticamente, anche quei mondi tamarri pieni di armi, droga, puttane e violenza, quindi metto in dubbio il fatto che la cultura della diversità mi abbia realmente influenzato, forse ero già predisposto così. Non so.

Una cosa però mi è chiara: non bisogna confondere l’ambito personale con quello pubblico. La sessualità è una roba complessa e intima, non c’è niente che sia sbagliato ma tutto dev’essere consensuale, e mai dato per scontato.

Come sono divisi i compiti a casa tua? Come concili il tempo dedicato al lavoro, con quello dedicato alle persone che ami? Sono cambiate le cose rispetto alla tua famiglia d’origine: come erano divisi i compiti tra i tuoi genitori?
Vivo da solo da molti anni: ho imparato che quello che non ho voglia di fare, toccherà comunque a me farlo. Non ho la donna delle pulizie. Che poi anche se la donna delle pulizie fosse un uomo, sarebbe uguale.
Ho un gatto: la mia convivenza più lunga. Gli dedico molte più attenzioni di quante lui ne dedichi a me.

Lavoro, noia, passione, amore, fanno tutti parte dell’unica esperienza che è la mia vita, e tendo a mescolarli. Magari non è un approccio conveniente e produttivo, ma io dalla vita non mi aspetto la convenienza.

Tra i miei genitori i ruoli erano ben separati, lo stesso tra i miei nonni e credo non sia cambiato molto nemmeno tra mia sorella e suo marito.
Donna: pulizie e figli. Uomo: sturatura scarichi e barbecue.

Sapevi che l’associazione tra il rosa e il femminino è avvenuta in tempi relativamente recenti e per una scelta arbitraria? Che idea ti sei fatta/o rispetto agli stereotipi di genere?
Non lo sapevo, ed è stata una bella scoperta. Grazie!
Gli stereotipi di genere, come tutti gli stereotipi, descrivono un atteggiamento diffuso e a loro volta lo alimentano. Occorre andare oltre, se non altro perché sono di una noia mortale.

Ricambio la scoperta con un’altra cosa che forse non conosci: il test di Bechdel.
È un test, inventato nel 1985 dalla fumettista Alison Bechdel, per valutare i film secondo tre condizioni da superare:
tra i personaggi ci devono essere almeno due donne di cui si conosca il nome; le due donne di cui si conosce il nome devono parlare almeno una volta tra di loro (e non solo con gli altri personaggi maschi); le due donne di cui si conosce il nome devono parlare tra di loro ma non solo di uomini (non del figlio, non del marito, non del capo).

Questo test non misura il femminismo, ma crea comunque interrogativi interessanti. C’è un sito che raccoglie i risultati del test su tutti i film mainstream: www.bechdeltest.com.

Esiste anche un test analogo, ma per il giornalismo, che si chiama Test di Finkbeiner.

In che cosa ci si può impegnare per cambiare le cose? Ci racconti una cosa semplice che possiamo cominciare a fare subito?
Stasera in metro c’era una signora di mezza età, una senza tetto. Aveva le dita nere, i talloni fuori dalle scarpe, un berretto in testa e un sorriso disteso. Già per gli uomini è molto dura essere clochard, per le donne lo è ancora di più perché vengono esposte a ogni genere di violenza, senza alcuna tutela. Per le donne è spesso così, devono stare continuamente con un occhio aperto, quando gli uomini possono divertirsi senza pensieri, e non per un pericolo naturale ma per colpa degli uomini stessi.
Questa signora attraversava i vagoni sorridendo, augurando buon anno e chiedendo senza insistenza una moneta.
Quando mi è passata accanto dicendo “buon anno”, il ragazzo davanti a me le ha risposto “la t**** di tua madre”. La signora si è fermata e ha chiesto ai presenti se avessero sentito. Avevamo sentito. “Non è educato dire queste cose” ha esclamato un signore. “La signora ha ragione, il ragazzo ha detto una brutta cosa” ha aggiunto un altro. “Non è che se è sabato e hai bevuto un po’, puoi insultare la gente così”.
I presenti hanno preso le difese della signora, e il ragazzo che l’aveva insultata è rimasto zitto a testa china.

Ecco la cosa semplice da fare: non lasciar correre.
Ci sono atteggiamenti orribili che vengono tenuti per abitudine, con troppa leggerezza. Riconoscerli e aiutare a riconoscerli è un passaggio importante, per far capire che non è normale e tollerabile insultare le persone. Non stare in silenzio di fronte alle piccole brutture quotidiane.

Simona Sciancalepore

Se mi chiedete che cosa faccio, di solito rispondo scrivo. Scrivo perché Jo March scriveva e anche a me veniva facile. Leggo anche, perché, secondo me, la scrittura la fa chi la legge: è così che contamino la mia. Revisiono tanto. Tante cose non mie, per lavoro. Rileggo, leggo ad alta voce, cancello e riscrivo. Scrivo anche quando non scrivo. Lì partono la musica, le immagini e ovviamente i titoli di coda.

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