L’inglese del freelance

Quando mi presento dico sempre che quella con le lingue straniere è la mia più lunga storia d’amore e tutto ha avuto origine dal colpo di fulmine con l’inglese quando avevo quattro anni.

Se per te questo concetto è inconcepibile e ti senti negata per la lingua inglese ma ti serve per lavoro e non sai più a che santo votarti, ti do qualche dritta per fare nascere, se non una passione mozzafiato, almeno una simpatia reciproca tra te e l’inglese.

Dimenticati l’italiano

No, non sono impazzita. La regola numero uno per imparare una lingua straniera e proprio dimenticare la propria lingua madre. Ti sei mai chiesta come mai i bambini imparino un nuovo idioma senza troppi problemi? Certo, la malleabilità del loro cervello gioca un ruolo importante, ma è anche e soprattutto perché non hanno ancora studiato la grammatica italiana a fondo e quindi non possono paragonarla a quella della lingua che stanno imparando. Così come hanno fatto quando hanno iniziato a pronunciare le loro prime parole in italiano, anche quando imparano una lingua come l’inglese non si pongono il problema di formare una frase seguendo lo schema SVOMPT (vedi più avanti) ma ripetono quello che hanno sentito, emulano chi gli parla in quella lingua senza farsi domande.

L’inglese e l’italiano, anche se appartengono alla stessa famiglia linguistica di base – l’indoeuropeo – fanno parte di due ramificazioni diverse, rispettivamente quella delle lingue germaniche e neo romanze. Questo significa che tra loro non hanno praticamente punti in comune, come invece accade tra italiano e francese da un lato e inglese e tedesco dall’altro. Non ha senso, e anzi risulta controproducente, cercare di applicare all’inglese le stesse regole e metodologie tipiche dell’italiano.

Ricordati le regole di base

L’inglese ha molte meno regole grammaticali dell’italiano ma su quelle poche non transige.
Se dovessimo ricapitolare gli elementi base che non puoi proprio dimenticare quando parli o scrivi in inglese, ricordati:

  • Il soggetto va sempre espresso. In italiano spesso e volentieri il soggetto è sottointeso ma riusciamo comunque a capire cosa intendeva il nostro interlocutore perché le forme verbali italiane sono diverse praticamente per ogni persona. In inglese accade invece il contrario: fatta eccezione per la terza persona singolare al presente semplice, che vuole la desinenza -s, e per pochissimi verbi irregolari (come essere e avere) tutte le altre persone hanno la stessa forma. Come fare a capire allora a chi ci stiamo riferendo se non esplicitiamo il soggetto?
  • L’ordine delle parole all’interno della frase. A differenza dell’italiano, l’inglese esige che si segua un ordine preciso degli elementi che compongono la frase, e in particolare questi devono essere disposti secondo lo SVOMPT: soggetto (sempre espresso!), verbo (concordato con il soggetto), complemento oggetto (che risponde alla domanda chi? Che cosa?), complemento di modo (che risponde alla domanda come? In che modo?), complemento di luogo (dall’inglese place, che risponde alla domanda dove?) e complemento di tempo (che risponde alla domanda quando?).
  • La -s alla terza persona singolare. Quando coniughiamo un verbo al presente semplice e il nostro soggetto è egli (he), ella (she) oppure un soggetto inanimato (it), devo sempre aggiungere la terminazione -s al mio verbo (a volte -es). Questo è uno degli errori più frequenti per gli italiani!
  • L’aggettivo prima del sostantivo al quale si riferisce. In italiano, a seconda del significato che vogliamo dare alla nostra frase, possiamo posizionare l’aggettivo prima o dopo il nome. In inglese va sempre prima del sostantivo al quale si riferisce e mai dopo!
  • La -s per formare il plurale dei nomi. A parte qualche eccezione (si, ogni tanto ce n’è qualcuna anche in inglese!), il plurale dei sostantivi si forma di norma aggiungendo la terminazione -s al nome che si vuole rendere plurale.
  • La h iniziale di parola quando parli. In italiano la lettera h serve o per formare suoni duri (“ch” e “gh”), oppure per distinguere graficamente la preposizione “a” dalla terza persona singole del verbo avere “ha”, ma non viene in nessun caso mai pronunciata aspirata. In inglese invece la “h” è una consonante come le altre e come tale bisogna farla sentire quando si parla. Altrimenti hair (capelli) diventa air (aria).

Usa gli strumenti giusti

Se quando scrivi ti assalgono mille dubbi e non sei sicura che le tue frasi siano corrette, puoi sempre rivolgerti ad alcuni strumenti online.

Gli operatori di ricerca di Google, se usati nel modo corretto, sono una manna dal cielo. Puoi verificare una breve frase o se un’espressione è corretta ponendola tra virgolette. In base ai risultati che avrai ti renderai conto se si dice in quel modo, se è necessario modificare un elemento della tua espressione, oppure se è proprio una frase che suonerebbe male a un inglese.
Sulla pagina dedicata di Google trovi molti esempi e le istruzioni per utilizzare questi operatori di ricerca nel modo corretto, e soprattutto per trarne vantaggio.

Ludwig è un nuovo software – per altro creato da due giovani italiani! – che ti aiuta a formulare brevi frasi, come ad esempio le didascalie delle foto che posti sui social, in modo corretto e – udite udite! – accattivante.

Un altro strumento molto utile è rappresentato da tutti quei dizionari online, ad esempio Linguee.it, che non solo ti forniscono il significato di una parola specifica ma la inseriscono nel contesto nel quale la puoi trovare: così potrai capire se si usa in quella combinazione di termini oppure no.

Usi Google Translate? MALE! Ora pentiti e punisciti, niente cioccolata per una settimana. I traduttori automatici sembrano una gran invenzione, in realtà sono molto pericolosi. Dal momento che dietro questi sistemi non c’è un cervello umano pensante ma una serie di codici e algoritmi, i risultati spesso sono strambi. Se cerchi un termine, questi strumenti ti forniscono una sola parola corrispondente nell’altra lingua. Se cerchi su un dizionario la traduzione in italiano del verbo to get, ti troverai due pagine di significati diversi, a seconda del contesto. Come può un traduttore automatico scegliere quello giusto al tuo caso? Se inserisci invece una frase intera, magari lunga e complessa, ti troverai come risultato un elenco di parole alla rinfusa senza un gran senso.

Quindi sì a Google Translate e simili solo se sei sotto minaccia di morte o se ti arriva un’email urgente scritta in giapponese ma, anche qui, non garantisco un buon risultato. Per tutti gli altri casi, è sempre meglio usare gli strumenti che ti ho indicato sopra.

Hai altri suggerimenti o strumenti segreti che non ho citato? Scrivili nei commenti!

Francesca Manicardi

Nata italiana, sono cresciuta studiando l'inglese, il tedesco e il francese (e un po' di spagnolo e russo, per vivacizzare il tutto!). Ho trasformato la mia passione sfrenata per il lingue in Punto F, il mio bellissimo lavoro. Sono traduttrice e interprete, revisora, docente di lingue e di italiano per stranieri, creatrice e curatrice di contenuti, tutor per aspiranti libere professioniste (con il Freelance Lab).

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2 commenti su “L’inglese del freelance”

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