Guida di stile: a ognuno la sua voce

ALLA RICERCA DELLO STILE
Questa volta parto da me per capirci bene su cos’è lo stile. Da me che leggo di tutto. Non c’è un genere che preferisco, c’era, ma adesso mi è passata. Però sono compulsiva, cioè se mi piace qualcosa ci vado dentro fino in fondo e per un po’ mi dedico solo a quella cosa. C’è stato un tempo in cui mi piaceva leggere solo Rossana Campo. La seguivo sui libri, sul blog, ovunque scrivesse due righe. Quel modo che ha di scrivere come si parla, prima dell’avvento dei social network a me piaceva proprio un sacco, per me era evidente che fosse diverso da qualunque cosa avessi mai letto fino ad allora. (“Quel modo lì” è lo stile).
“È così che voglio scrivere”, pensavo leggendo. Così. Come si parla. Ma senza il virgolettato.

SEMBRI TU
Lo stile nella scrittura connota da subito la personalità di chi scrive.
Non è una cosa facile da afferrare, è un mix di quello che sei.
Ma non solo: quali parole hai scelto, quale punteggiatura, quale ritmo hai dato a ciò che hai scritto?
L’insieme di tutte queste cose fa lo stile, inafferrabile per certi versi, riconoscibilissimo per altri: dallo stile riconosciamo una firma. Ancora adesso il complimento più bello che possano farmi è “si vede che l’hai scritto tu”.

Lo stile nella scrittura vale per le persone quanto per le aziende, ecco perché la tua azienda non può parlare in generale, non può rivolgersi al suo pubblico solo in modo istituzionale, artefatto, artificiale.
Cerchiamo una traccia distintiva, la voce più intima del brand a cui ci siamo affidati, la parola giusta: siamo persone a caccia di altre persone.

SCRIVI PER LE PERSONE
Prediligi l’indicativo al congiuntivo, il tu al lei, le forme attive a quelle passive, abolisci le riverenze e gli inchini, dimentica le frasi di circostanza e il risponditore automatico, sostituisci la cortesia e il cortesemente con un grazie, il traduttore automatico con un microtesto pensato.
Non ci sono regole vere e proprie, vale la solita regola del buonsenso e del non abusare delle aspettative e del tempo di chi legge.

FAI GLI ESERCIZI
Mentre cerchi il tuo stile di scrittura può esserti utile pensare che stai facendo conversazione. Butta giù il tuo testo poi riguardalo pensando se rispecchia le pause del dialogo, i tuoi gesti, l’intensità di come lo avresti detto, lo sguardo di chi ti ascolta.
Tutto quello che manca o è di troppo, limalo. La scrittura si modula come la voce, migliora con la pratica e varia in funzione di chi ti legge. E nonostante questo, parla comunque di te.
A proposito di stile non posso non citare Raymond Queneau e il suo Esercizi di Stile, dove racconta la stessa scena in 99 modi diversi. È un’ottima lettura per fare pratica.

Vademecum
1. Impila le abitudini. Una via l’altra alleggeriscono la to do list.
2. La penna rossa e quella blu solo per le correzioni sul foglio protocollo.
3. Puoi fare di meglio, ma ci son giorni in cui quello che fai è abbastanza.
4. Un bell’impaginato è un investimento, come il tubino nero.
5. Non è vero che per essere presi sul serio servono parole forbite. Anche le parolacce vanno bene. Le diceva anche Leopardi, ma se ne parla poco.
6. Scrivere bene vuol dire anche far ridere. Troppo seri solo a teatro.
7. La panacea alla carenza di italiano non è l’inglese.
8. La regola del primo appuntamento è sì ad uno sguardo alla libreria. Se non c’è la libreria, che almeno ci sia un Kindle.
9. Allenati: la semplicità non è un dono, è una ricerca, per questo serve esercizio.
10. La moda passa, lo stile resta – Coco Chanel è per sempre, quindi perché non ispirarti ai suoi consigli?

Simona Sciancalepore

Se mi chiedete che cosa faccio, di solito rispondo scrivo. Scrivo perché Jo March scriveva e anche a me veniva facile. Leggo anche, perché, secondo me, la scrittura la fa chi la legge: è così che contamino la mia. Revisiono tanto. Tante cose non mie, per lavoro. Rileggo, leggo ad alta voce, cancello e riscrivo. Scrivo anche quando non scrivo. Lì partono la musica, le immagini e ovviamente i titoli di coda.

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8 commenti su “Guida di stile: a ognuno la sua voce”

  1. Parole sante! Quanto avrei voluto leggere questo articolo anni fa <3

    All'inizio scrivevo degli articoli con il galateo a fianco… Che noia e poi a nessuno piaceva! Da quando mi sono lasciata andare e scrivo come penso, mi diverto un sacco (e il divertimento crea dipendenza) ma poi piace molto di più 😀

    Io mi vergognavo molto del fatto che sono di madrelingua francese, lo vivevo come un handicap nella scrittura ma ora ci gioco, per cui la mia panacea agli orrori grammaticali italiani per me è il francese (pare sia sexy, boh). E anche con i clienti è meglio: sanno prima con chi hanno a che fare.

    Grazie di cuore anche per il vademecum: almeno mi hai dato una conferma per il punto 3 😉 Evvaiiiiiiiii ^_^

  2. Obiezione, Vostro Onore.
    Ci sono necessità ineludibili: non si usa l’accento al posto dell’apostrofo (“un pò” mi fa morire dentro)
    Non si usano apostrofi a sentimento (qual è, maledizione, qual è. Non è un’elisione, capito Saviano?) non si separano i dittonghi, il congiuntivo ha una sua ragione d’essere. La grammatica è sottovalutata, la sintassi in agonia. E la consecutio, eh? Come la mettiamo con la consecutio?
    Vorrei continuare ma sto cucinando, non posso

    (perdona la petulanza. È che troppo spesso, con l’alibi della spontaneità e della forma colloquiale, leggo espressioni che interpreto come una mancanza di rispetto verso chi legge)
    (la punteggiatura, santo cielo! La punteggiatura)
    Mi vorrete ancora bene?

    • Certo che sì! Sì al bene e sì alla grammatica, e proprio sulla grammatica mi autocito (c+b mi perdonerà): “1. La “a” con o senza l’acca e la “e” con o senza accento son le basi, non una questione di pancia”, l’avevo scritto giusto giusto nel post precedente.

  3. Io ci ho provato a scrivere un post dando del “tu”.
    L’ho trovato innaturale e il tutto perde di spontaneità.
    Tanto chi mi legge lo sa che non mi sto rivolgendo a lei (non credo di avere maschietti tra i lettori) nello specifico. Lo faccio solo nei commenti perché in quel caso sì che sto parlando con una persona ben individuata.
    Sono tornata al “voi” e sono contenta perchè mi sento più a mio agio.

    Rossella (che mi precedi) trovo che tu abbia ragione da vendere.
    Sai quante volte mi prudono “i ditini” e mi piacerebbe commentare sul -pò- e sul -qual’- poi alla fine mi chiedo quali refusi posso aver commesso nel mio e passo oltre…
    Lo sai che ogni tanto uso il punto e virgola? ^_^

  4. Ciao,
    ma che bello che è questo sito. Brave 🙂
    Anche io anni fa ho passato un periodo in cui stavo in fissa con Rossana Campo e avrei voluto scrivere come lei.
    Ho un blog da qualche mese, che ora finalmente posso curare con un regolarità, ma confesso che faccio ancora fatica a trovare la mia voce. Spero però con l’esercizio regolare di arrivare a raffinare il mio stile.
    Pure io uso il punto e virgola… e a volte addirittura di due punti.
    È peccato? 🙂

  5. Concordiamo con Sabrina, il “tu” proprio non riusciamo ad usarlo ed il ‘voi’ nei post ci dà maggiormente il senso di rivolgerci ad una fantomatica platea di infiniti lettori (…in effetti sono già tanti quelli che pazientemente ci seguono!)
    Scriviamo per raccontare le nostre storie come se ci rivolgessimo ad amici di vecchia data, ecco forse usando qualche accorgimento in più e, per il momento, qualche forma confidenziale in meno.
    Gli errori non mancano spesso causati dalla fretta o dalla pigrizia di controllare bene la bozza prima di pubblicare.
    Grazie a voi sempre per i preziosi consigli!

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