La vita da freelance stabile e il continuo con il mercato del lavoro

Qualche giorno fa ho pubblicato questo post su LinkedIn: “Misuratevi con il mercato del lavoro sempre e comunque. Non è infedeltà verso il vostro datore di lavoro ma senso di responsabilità verso di voi stessi e verso il vostro futuro. Guardate le inserzioni, applicate (con senso critico), fate colloqui, esplorate il mondo fuori della vostra azienda con curiosità.
E fatelo quando state bene dove siete, non quando l’urgenza di cambiare lavoro rende desiderabile qualsiasi posizione alternativa.
Sarete sempre dipendenti, a prescindere dalla forma contrattuale con cui lavorate, se non sarete in grado di definire il vostro posizionamento rispetto al mercato.
Nota bene: non sto suggerendo di fare colloqui ad minchiam!”

Su LinkedIn io parlo prevalentemente alle persone che lavorano in azienda come dipendenti, ai miei possibili candidati insomma.

Incontro spesso persone che improvvisamente – e anche dolorosamente – capiscono che è giunto il momento di cambiare azienda. Di solito sono manager che da tempo hanno smesso di “guardarsi intorno” e quindi si trovano impreparati di fronte a questa nuova necessità.

Ciò che manca non sono gli strumenti (il CV, una rete ampia su LinkedIn, la capacità di intercettare opportunità), piuttosto la consapevolezza di sé e del proprio posizionamento rispetto al mondo fuori dell’azienda attuale.

Per queste persone, la realtà nella quale hanno lavorato o stanno lavorando con coinvolgimento e passione è il loro mondo di riferimento: lì dentro sanno chi sono, cosa e come sono chiamati a lavorare, hanno una chiara percezione di sé e di quanto valgono. E fuori?

Fuori c’era un mondo di cui si sono disinteressati: il mondo del lavoro.
Il disinteressamento nasce come risposta a una forma di coinvolgimento quasi totalizzante nella realtà in cui operano.
Un sentimento positivo, quindi: sentirsi parte dell’azienda, identificarsi con i valori e la mission dell’impresa, immergersi nel ruolo e focalizzarsi sugli obiettivi. Lavorare “come se l’azienda fosse mia!”

E infatti quando l’azienda è (come) tua non guardi alle altre società, non fai colloqui e non invii CV, giusto? Sbagliato. Sto provando a spiegarlo a queste persone e, nel farlo, ho compreso che anche molti e molte freelance  corrono questo rischio.

Per i freelance “l’azienda sono io” è un dato di fatto costitutivo. Chi lavora da libero professionista deve confrontarsi ogni giorno con il mercato, per intercettare nuovi clienti e per difendere un posizionamento, per intercettare trend, per capire cosa e come fanno gli altri, per fare personal branding, per annusare le evoluzioni e surfare sull’onda di una crescita costante e un po’ obbligata.

È quasi un dogma per noi libere professioniste, non credete? E in molte lo rispettano: lo sento quando parlo con Anna Maria Anelli, quando leggo Maria Chiara Montera, quando mi confronto Nadia Panato, quando apro le newsletter di Anna Turcato… e questi sono solo pochi esempi.

Freelance dipendenti

Ma c’è anche un’altra fetta di Freelance che vive la propria condizione di libertà in modo meno avventuroso e più vicino al modello del dipendente. In questa fetta ci sono anch’io: collaboro per l’85% del mio tempo lavorativo con una società di consulenza da cui ricevo regole d’ingaggio, incarichi e progetti, modalità operative, strumenti di lavoro, ecc…
Vale per me e per tutte le persone che, pur in possesso di partita IVA, operano per la maggior parte del proprio fatturato e tempo all’interno di un contesto organizzato e stabile (un’azienda, un network, una cooperativa, un consorzio).

Lavoro organizzato: futuro o tomba del freelance?

Credo che essere freelance rappresenti una posizione giuridica ma anche un atteggiamento e una predisposizione personale: è per questo che anche un manager d’azienda potrebbe sentirsi imprenditore di se stesso a prescindere dal tipo di contratto che lo lega.

Allo stesso modo, un libero professionista potrebbe essere più dipendente di un impiegato se si adagia all’interno di una situazione stabile e continuativa e smette di sentirsi un po’ precario, o mette a tacere curiosità e ambizioni.

In questo senso i network organizzati, le reti tra professionisti, le collaborazioni stabili che tanto ci piacciono (a me piacciono) possono avere una doppia valenza:

  •  evidenziano l’evoluzione del lavoratore libero e solitario che in un contesto strutturato trova delle possibilità di crescita altrimenti precluse: sono quindi il segno di un’evoluzione e di una presa di coscienza importante, aiutano ad approcciare un target di clientela più alto o ad affrontare progetti più complessi e articolati;
  • possono rappresentare la tomba dello spirito autoimprenditoriale che dovrebbe alimentare una scelta di indipendenza: portano in sé quella stabilità che è un po’ come lavorare in azienda e smettere di essere sul mercato.

Una questione di atteggiamento e di consapevolezza

Possedere una partita IVA non ci rende libere. La libertà è una scelta faticosa e dall’esito mai scontato. Io credo nasca dalla disponibilità a misurarci continuamente con il monto del lavoro e a non abbandonare mai completamente il contatto con il mercato, anche quando il fatturato è garantito e il progetto ci appassiona, anche quando siamo sature e appagate, circondate da colleghi meravigliosi, ricolme di grazia e a nostro agio con la fattura elettronica.

La maggior parte dei candidati che incontro ogni giorno mi dice: “Sono tornato sul mercato”.  Per farmi capire che prima non c’era, prima era completamente dedicato alla “sua” azienda.

Ma stare sul mercato, viverlo, conoscerlo, esplorarlo e annusarlo non deve essere una risposta necessaria e funzionale a un cambio di lavoro/cliente: rappresenta invece un segno di maturità e di attenzione alla propria carriera, al proprio percorso, al proprio futuro.

E questo vale per chiunque, a prescindere dalla forma contrattuale con cui lavora.
La dipendenza nasce dall’impossibilità di scegliere e da una scarsa consapevolezza personale e professionale.

Consigli pratici

Non ho un decalogo di regole da sbrodolare ma pochi consigli di buon senso che comportano un pizzico di fatica, soprattutto se una persona sta bene dove sta:

  • confrontatevi (direttamente o indirettamente) con chi fa il vostro stesso lavoro all’esterno della vostra organizzazione: i competitor hanno spesso qualcosa da insegnare
  • candidatevi a posizioni adeguate al vostro ambito di competenza anche se non state cercando un nuovo lavoro/incarico/progetto: da recruiter questa non dovrei dirla, ma niente vi aiuterà a definirvi meglio quanto fare dei colloqui e aggiornare il vostro CV, alzare la testa dall’operatività e guardare le vostre competenze dall’alto o farle valutare da qualcun altro
  • ogni tanto fate un esercizio mentale sulla base dell’ipotesi che domattina la società/network/cliente con cui state lavorando non esista più: al di là del lutto professionale, come vi sentireste?
  • nel limite del possibile, cercate progetti in cui dovete confrontarvi con colleghi/collaboratori che non conoscete (uscite dalla vostra zona di comfort), allacciate nuove collaborazioni, siate curiose di modelli organizzativi nuovi, cambiate ciò che ritenete stabile e sicuro e non accontentatevi mai di essere delle bravissime api operaie.

Roberta Zantedeschi

Recruiter e formatrice. Passo gran parte del mio tempo a leggere CV, a fare colloqui e a cercare il giusto incastro tra le esigenze delle aziende e le aspirazioni di chi cerca un (nuovo) lavoro. Freelance convinta, mamma e compagna come meglio posso, blogger incostante ma presente.

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