Freelance e femminista. Intervista a Vera Gheno

Lo posso scrivere che Vera Gheno è una gran figa? Beh, lo è! Non saprei davvero in quale altro modo descriverla e ovviamente non sto parlando solo del suo aspetto fisico.

Non muove un passo nel web senza scatenare shitstorming a destra e a manca, a dimostrazione di quanto sia necessario, oggi, mettere i puntini sulle I (o sulle E o sulle A o sulle Schwa).

Sotto il grande cappello della sociolinguistica, la sua materia di partenza, si occupa di nuovi media, femminismo, rappresentazione dei generi, inclusività, convivenza delle differenze e quando ha tempo, traduce letteratura dall’ungherese. Sul suo profilo LinkedIn si definisce Sociolinguista precaria a tempo indeterminato. Traduttrice. Grammamante, branditrice di vocabolari.

Amatela come l’ho amata io in questa frizzante intervista.


Essere femminista per me…

… significa battermi per una società che sia più equa, non solo per le donne, ma per tutte le minoranze più o meno marginalizzate. Io sono una transfemminista intersezionale: per me chiunque non si riconosca come maschio, eterosessuale, cisgender e a causa di questo abbia, a vario titolo, problemi a livello sociale, è parte in causa del femminismo; il discorso si allarga anche alle persone dalla pelle non bianca, a quelle con disabilità o con neurodiversità, a chi non ha un corpo conforme. In altre parole per me il femminismo deve lottare contro tutte queste ingiustizie, perché credo che ogni essere umano abbia ugualmente diritto alla felicità.

Il femminismo ha senso oggi…

…sicuramente anche in senso più tradizionalista, più legato alla condizione femminile, ma a me, per come sono e per come vivo, non è sufficiente, io ho bisogno di una prospettiva che vada oltre la rappresentazione della donna e la presenza della donna nella società e sono convinta che allargare la base di chi può definirsi femminista, di chi fa parte del movimento, ci rafforzi, non che ci diluisca.

Le discriminazioni sul lavoro per via del genere…

…sono capitate anche a me e la verità è che non ho capito subito che erano discriminazioni. Io, come tante donne, ritenevo normale il commento volgare di un collega sul mio appeal sessuale, mi sembrava normale dover continuamente dimostrare il mio valore, sforzandomi più dei miei colleghi uomini. Ma se a parità di età e posizionamento professionale, una donna si deve impegnare più di un uomo, non dipende dall’ingiustizia sociale, è perché esistono un maschilismo e un patriarcato striscianti, che sfuggono all’attenzione degli uomini, ma spesso anche delle donne. Ne è dimostrazione, proprio in questi giorni, l’uscita infelice di Barbara Palombelli, che interrogandosi sulle responsabilità femminili in un femminicidio, dimostra quanto sia perfettamente integrata in un sistema che giustifica un gesto estremo come il femminicidio, in base a veri o presunti comportamenti della vittima. La verità è che non dovrebbe esserci assolutamente nulla al mondo che provochi un uomo fino a portarlo a commettere un femminicidio, anche se la donna che era con lui all’ultimo momento decide di non dargliela, anche se lo vuole lasciare.
Non c’è nessuna giustificazione al femminicidio e il fatto che Palombelli dica un’altra cosa evidenzia quanto anche lei, donna, sia inserita in un sistema che le rende impossibile vedere come dovrebbe essere il mondo.

Un altro lato della medaglia è quello che Claudio Bianchi, nel suo libro Hate Speech. Il lato oscuro del linguaggio chiama ingiustizia discorsiva, che è ciò che succede quando una persona, a causa di una sua caratteristica intrinseca come il colore della pelle, il fatto di indossare il velo o appartenere al genere femminile, viene creduta e viene ascoltata di meno.
Quando una donna si lamenta perché ha subito cat calling c’è sempre qualcuno o qualcuna che minimizza, che non crede alla gravità della denuncia; se le persone di colore si lamentano per battute di cattivo gusto in uno sketch televisivo c’è chi afferma si tratta solo di un gioco, di uno scherzo. La verità è che bisognerebbe mettersi nei panni di chi subisce, per capire la violenza di gesti che solo apparentemente sono innocui. L’ingiustizia discorsiva secondo me spiega molte cose, una tra tutte la necessità di una maggior rappresentazione mediale della diversità.

Nella vita privata…

…anch’io, come credo molte donne, sono stata in relazioni malsane, abusanti, in cui pensavo di non dare abbastanza o di dover dare di più. Oggi penso che non sia necessario far parte di una coppia, soprattutto se la cosa ti fa stare male.

Nella mia famiglia…

…mia madre ha rinunciato a lavorare per curare me e per seguire mio padre, professore universitario. Credo che, col senno di poi, avrebbe potuto fare scelte diverse; ma in ogni caso lei è stata sempre molto emancipata per altre cose e ha comunque vissuto un rapporto di coppia sano, ancora oggi si vogliono molto bene.

Mi è capitato di essere l’unica donna…

…non tanto sul lavoro, quanto nei miei hobby: io da giovanissima ero una gamer, e in quell’ambiente ero spesso l’unica donna.

Oggi le donne sono più presenti…

…sicuramente nelle STEM e questo è un bene, anche perché dimostra che biologicamente non c’è una programmazione neurale maschile o femminile nel fare l’una o l’altra cosa; ma in generale credo che oggi le donne siano un po’ ovunque e questo è molto interessante.

Le donne dovrebbero essere più presenti…

…in politica, più di ora, soprattutto ai livelli più alti e nei ruoli dirigenziali, ma anche nelle aziende, in ambito universitario, un po’ ovunque. È ora che le donne abbiano lo stesso orizzonte di attese degli uomini, che ad esempio possano puntare alla Presidenza degli Stati Uniti d’America.

Il problema è che vediamo la società come un frutto ancora non sufficientemente maturo per sopportare una donna leader, ma la Nuova Zelanda, la Finlandia, dimostrano che siamo in errore.

Per quanto riguarda il pensiero femminista…

…credo di avere iniziato a diventare ciò che sono capendo prima di tutto come non volevo essere; identificando una serie di personaggi che mi hanno plasticamente dato il modello da non seguire: manipolatrice, stronza, opaca, doppiogiochista. Poi c’è stato l’incontro con la misoginia, quando gestivo il profilo Twitter della Crusca, mi arrivava ogni tipo di commento online, soprattutto se condividevo cose su Laura Boldrini, che in quel periodo lavorava con noi. 

Il mio interesse per la questione è iniziato lì, documentandomi per poter ribattere adeguatamente, a partire dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Alma Sabatini, proseguendo con tutta la letteratura di genere in senso classico e allargandomi, poi oltre la visione binaria, fino ad arrivare a Federico Faloppa grazie al quale ho capito che la sociolinguistica è, per forza di cose, anche militanza, perché si occupa più delle persone che delle parole e a Fabrizio Acanfora, amico e collega, che si occupa di inclusione dal punto di vista della neurodiversità, che mi ha fatto scoprire mondi mai immaginati; la soluzione, nella maggior parte dei casi, è semplicemente frequentare la diversità.

Parlando di rischi per le donne…

…non siamo dei panda, non siamo a rischio estinzione per esempio, ma se non divulghiamo certi temi, la situazione potrebbe cambiare più lentamente di quanto dovrebbe. 

La verità è che il nostro è un paese di vecchi: ai vertici delle istituzioni, delle associazioni, degli enti culturali, manca un sano ricambio generazionale. Allora il problema non è cosa rischiano le donne, ma cosa rischia il Paese. Dobbiamo iniziare a concepire un’educazione che permetta ai giovani, alle persone con disabilità, alle donne, di avere degli orizzonti più ampi, di sognare più in grande.

Per cambiare le cose serve…

…più fiducia nei giovani, in modo che possano attuare un cambiamento di paradigma in questo senso. Ci sono troppi nani e troppe ballerine in questo paese.

Ognuna di noi può fare qualcosa…

…io credo che la società sia la somma dei comportamenti individuali e non qualcosa di diverso: i comportamenti individuali determinano il comportamento sociale. 

Uno dei problemi che abbiamo oggi è la relazione tra l’immagine pubblica e quella privata, che per molte persone sono due realtà completamente diverse ed è qui che sorgono i problemi. 

La vita, la nostra vita, è un atto politico: ad esempio io non parcheggio in doppia fila o nei parcheggi per disabili, non salto le file, faccio la differenziata, non butto le cicche per terra.

Non dobbiamo aspettare che cambi la società prima di migliorare, se noi miglioriamo allora migliorerà anche la società.

Parlando specificatamente della parte linguistica invece, soprattutto nel mio lavoro e in pubblico, cerco di utilizzare termini più rispettosi della diversità, ad esempio utilizzando il femminile di tutte le professioni, quindi per me c’è la contadina, l’assessora, la direttrice, la regina, la questora eccetera; se poi la donna dall’altra parte mi dice che preferisce essere chiamata assessore, mi adeguo, non è che devo sempre fare la lectio. 

Il punto è cominciare a fare attenzione alle cose piccole. Ad esempio tendiamo ad insultare le donne facendo riferimento ai loro presunti costumi sessuali (puttana) e gli uomini facendo riferimento ai presunti costumi sessuali delle loro donne (figlio di puttana, cornuto, tua sorella), aggiungendo quindi anche la questione del possesso. Anche a me come primo insulto viene da dire puttana, ma poi ci penso e dico stronza o qualcos’altro, tutto qua.

Deborah Ugolini

Le immagini, la voce e le parole hanno sempre guidato la mia passione. Ho cominciato come videoreporter e oggi lavoro come videoteller, brand journalist e come consulente e formatrice. Vivo con curiosità e sono fermamente convinta che nella vita non esistano esperienze o competenze inutili.

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