Freelance e femminista. Intervista a Ella Marciello

Grande energia, idee chiare e nessun pelo sulla lingua. Oggi vi presento Ella Marciello (la trovate su Instagram, Facebook e LinkedIn). 

Ella Marciello è una Direttrice Creativa, Autrice, Copywriter, Digital Strategist e Docente. Femminista da prima di sapere cosa fosse il femminismo, lavora ogni giorno per creare ambienti e rappresentazioni più inclusive, online e offline. Crede nelle parole e nel loro potere, e di come possano creare immaginari che ancora non esistono. Oggi è Creative Director per Ribelli, Portavoce e Creativa per Hella Network (il network per la comunicazione inclusiva) e per Startup Italia è una delle 1000 donne “unstoppable” che stanno cambiando il nostro paese.

Ella Marciello, capelli scuri, lunghezza media. Indossa una fascia in testa e una maglietta nera a maniche corte con la frase: This is what a creative director looks like. È seduta con le gambe incrociate.

Essere femminista oggi…

… per me significa non abbassare la guardia. Io mi riconosco nel femminismo della quarta ondata, il cosiddetto femminismo intersezionale: ci sono tanti tipi di oppressione e non solo legati al genere, che colpiscono tutte le fasce marginalizzate della società (anche se pensare alle donne come fascia marginalizzata, mi fa sempre un po’ strano, dato che siamo il 50% della popolazione). 

Il mio femminismo non mi permette di rimanere indifferente a nessun tipo di discriminazione, che colpisca le persone di colore o quelle povere, le donne o la comunità LGBTQIA+; tutte le intersezioni hanno una loro forma di oppressione e al loro interno noi dobbiamo riuscire a scavare per dare una lettura della società che sia il più possibile completa.

Il femminismo ha senso oggi..

… più che mai; abbiamo a disposizione un mezzo di comunicazione molto potente: Internet, che probabilmente ha aiutato il femminismo, in questa ondata, a diffondersi stimolando l’attivismo; grazie ad Internet abbiamo la possibilità di comunicare in tempo reale con persone in Canada, in Congo, in Australia, possiamo fare rete e la nostra voce si può sentire più forte.

Hella Network

… nasce nell’autunno del 2019. Flavia Brevi, la fondatrice del network, fece presente, tramite una call, che la pubblicità e la comunicazione veicolavano ancora troppi stereotipi di genere e che la cosa non poteva più essere accettata passivamente. Aderirono subito principalmente molte professioniste, poi anche diversi professionisti e si formò il primo nucleo del network, che votò il nome con un sondaggio. Ciclicamente tuttavia mi viene chiesto se il nome Hella abbia qualcosa a che fare col mio, vista la somiglianza [anche io gliel’ho chiesto n.d.a.].

Da quel momento si sono aperti tanti tavoli di lavoro e di discussione e sono state fatte diverse campagne. L’anno scorso, tra le altre, la campagna “#IoRestoaCasa anche dopo la pandemia”, lanciata in occasione della festa della mamma, poi la guida per le aziende all’8 marzo, o ancora i Dieci punti da fissare quando parli di violenza di genere, per aiutare i giornalisti e le giornaliste a raccontare i fatti di cronaca che coinvolgono le donne, soprattutto in caso di femminicidio e “Sto solo facendo il mio lavoro”, la guida al sessismo nascosto nei luoghi di lavoro, che è di quest’anno.

Abbiamo fatto tanta strada e adesso ci sono circa 3mila persone attorno al network, abbiamo tre canali social: Facebook, Instagram e LinkedIn, io, Flavia ed altre partecipanti siamo state invitate molte volte a parlare in luoghi diversi e la cosa bella è che ognuna porta un’esperienza e una competenza peculiare.

Hella Network è nata per parlare di un problema che, soprattutto per noi che facciamo questo lavoro, è particolarmente sentito. È importante che chi lavora nel mondo della pubblicità cominci a porsi come obiettivo la parità di genere, non solo negli ambienti di lavoro, ma anche nelle rappresentazioni veicolate dalla comunicazione commerciale. 

Le discriminazioni sul lavoro per via del genere…

… mi sono capitate. Devo dire che fortunatamente in questo momento lavoro in un ambiente molto inclusivo, forse anche grazie al fatto che io stessa cerco di promuovere l’inclusione e fare divulgazione e attivismo anche lì. Credo che qualunque donna abbia subito, prima o poi, delle discriminazioni. Mi sono trovata su set fotografici, produzioni o riunioni in cui ero l’unica donna, dove mi veniva chiesto di parlare con il mio superiore, che nemmeno c’era in quel momento; mi capita di subire mansplaining. Succede meno, un po’ per via del ruolo che ricopro e un po’ per la formazione costante che viene fatta dove lavoro, ma capita.

Nella vita privata…

… è successo molto di più. Vengo da una famiglia patriarcale, paternalista e cattolica e ho vissuto un’infanzia e un’adolescenza molto complesse. Fin da bambina sono stata etichettata come “ribelle” o “maschiaccio”, perché non accettavo di dover fare determinate cose per il fatto di essere femmina, come occuparmi di mio fratello, fare le pulizie di casa, tornare prima se uscivo o non indossare determinati abiti. L’ambiente in cui sono cresciuta è stato molto discriminante e credo che sia proprio questo il motivo principale per cui mi sono avvicinata al femminismo.

La mia famiglia oggi…

… è molto diversa. È difficile essere genitori, ma sto cercando di seminare qualcosa di buono, di costruire un ambiente inclusivo, dove ci sia dialogo. Non possiamo proteggere i bambini, sarebbe bello poterlo fare, però possiamo lasciarli liberi di esplorare il mondo, assecondando i loro bisogni, possiamo fare cultura intorno a loro, fornendo le giuste lenti attraverso cui guardare il mondo, un mondo che sia quanto più possibile rispettoso della libertà di ciascuno di essere ciò che vuole.

Mi è capitato di essere l’unica donna sul lavoro…

… anche se gli ambienti delle agenzie di comunicazione, in realtà, sono molto popolati da donne. Non ho dati a riguardo, ma ho l’impressione che le donne siano più degli uomini, per lo meno nelle linee più basse, poi purtroppo c’è un imbuto, una strozzatura, per cui le donne non accedono mai alle stanze del potere, dove c’è una donna ogni 25 uomini.

Oggi le donne sono più presenti…

… in politica, anche se spesso si tratta di una forma molto sofisticata di pink washing. A me non basta che ci sia una donna seduta in Parlamento, questa donna deve avere anche dei poteri, non deve essere un mero ingranaggio di un sistema che non la vuole decisiva per il ruolo che ricopre.

Le donne dovrebbero essere più presenti…

… un po’ in tutti i campi, a partire, sicuramente, dalle professioni STEM. Perché succeda questo però è necessario un cambiamento sia sistemico che strutturale, che parta dall’educazione di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi e, prima ancora dei docenti, perché già alle elementari viene insegnato, in qualche modo, che le bambine sono più portate per le materie umanistiche, o per professioni che hanno a che fare con l’ascolto empatico e con la cura, mentre ai ragazzi viene detto che se sono assertivi è un buon segno, che farà di loro, da grandi, degli ottimi leader. Cavolo! Io vorrei che le bambine sentissero gli stessi discorsi, che si sentissero dire: “non sei aggressiva, sei una che può comandare!”.

Per quanto riguarda il pensiero femminista…

… io sono una grande fan di Simone De Beauvoir, l’ho letta tanto e l’ho riletta in diverse fasi della mia vita; però non posso dire di avere avuto una mentore o un mentore in questo senso; sono stata più un’autodidatta: molto curiosa, molto affamata; però ho conosciuto tante persone che hanno contribuito ad aprire il mio pensiero, durante momenti di confronto e di dialogo. 

Il femminismo per me non è arrivato di botto, in realtà credo non succeda a nessuna; è una via, un cammino, un percorso; oggi non sono femminista come ero femminista tre anni fa e probabilmente non lo sono nemmeno come lo sarò tra cinque anni, quindi si può sempre migliorare e si può sempre imparare.

Per le nuove generazioni credo possano essere d’ispirazione…

… Michelle Obama, che sta facendo un percorso molto interessante, completo e ispirazionale, Kamala Harris, che è veramente un monito, uno specchio per le bambine, soprattutto per le bambine di colore; come femministe e come femministe privilegiate, non dobbiamo mai dimenticare che ci sono tante zone d’ombra che spesso non ci ricordiamo di illuminare: una donna di colore negli Stati Uniti non è come una donna bianca, non è come Hillary Clinton. 

Voglio metterci anche Chiara Ferragni, che viene sempre un po’ marginalizzata o sottostimata, per il fatto di non essere un’intellettuale; è stata tanto caparbia e tanto abile da raggiungere un potere mediatico molto forte: sposta immaginari, sta lavorando bene; non voglio dire che sia il simbolo del femminismo, ma è comunque il simbolo di un certo tipo di professionalità stigmatizzata o sottostimata perché si occupa di trucchi e di scarpe invece che di temi più importanti, come fanno le grandi intellettuali femministe; io credo che ci siano tante strade per arrivare ad una coscienza collettiva e che la Ferragni stia usando la sua in maniera magistrale.

Le donne oggi rischiano tanto…

… a partire dalla situazione professionale e lavorativa. Durante la pandemia, questo è evidente a tutti, sono state molto più in difficoltà: hanno perso il lavoro, sono rimaste a casa con i figli o con i parenti malati, si sono occupate della DAD, hanno continuato a lavorare facendosi carico mentalmente e fisicamente, di tutto ciò che concerneva la cura. Oggi rischiano di rimanere indietro perché non ci sono le politiche adeguate, perché non ci sono leggi adeguate al sostegno familiare, che implicherebbero anche (e soprattutto) la presenza dei padri. C’è bisogno di un congedo parentale più lungo: ci sono nazioni, come la Spagna, che si stanno avvicinando alla parità di congedo parentale e questo sarebbe molto importante anche da noi, dove non esiste una cultura familiare che preveda carichi equamente divisi; non possiamo permettere che una cultura del genere ostacoli le opportunità che le donne hanno.

Da un altro punto di vista, poi, quelle che invece ce la stanno facendo, che riescono ad andare avanti, rischiano di rimanere intrappolate in una sorta di “sindrome della supereroina”: devono essere sempre al top, sia al lavoro che in casa, devono essere molto belle o comunque non rinunciare alla propria femminilità, devono saper fare i lavoretti con i propri figli e abbinare i vestiti in armocromia, seguendo un immaginario che le vuole sempre al 100%. Questa cosa è molto interiorizzata e potrebbe sembrare un segno di emancipazione, ma in realtà secondo me non lo è, perché non c’è la possibilità di scegliere. Il senso di colpa delle donne, in particolare delle madri, a volte è schiacciante; io ne parlo spesso nelle mie Stories su Instagram e sono tantissime le donne, anche molto brave e “centrate”, che mi rispondono con esperienze di sofferenza, perché non si sentono comprese dai loro compagni, perché si sentono in difetto rispetto alla cura dei figli. 

La verità è che la maggior parte degli ambienti lavorativi, oggi, premia ancora le persone che non hanno figli o che sono percepite come “senza figli”, ovvero gli uomini; nel momento in cui per una donna c’è un’effettiva emancipazione e la carriera lavorativa sembra funzionare, ci sono comunque degli sbarramenti, sia esterni che interni, che sono ulteriormente rafforzati dalla comunicazione pubblicitaria. 

La pubblicità è molto colpevole di come le donne si sentono in relazione a se stesse e in relazione agli altri, perché ci racconta donne sempre giovani, sempre magre, sempre performanti al 100%, sempre col sorriso sulle labbra e invece le donne, così come gli uomini del resto, non sono sempre così, non possono essere sempre così, altrimenti sarebbero delle macchine, che a ben pensarci, in un ambiente capitalista è assolutamente funzionale. 

Io stessa spesso mi sento inadeguata, mi sembra di non fare tutto quello che dovrei. La verità è che alle donne non è mai concessa la possibilità di dare delle priorità: per noi tutto è sempre ugualmente prioritario. Succede lo stesso agli uomini? Io credo di no.

Per cambiare le cose servono…

… politiche di welfare diverse, più evolute, che coinvolgano gli uomini in prima persona. 

Serve che il femminismo non sia più osteggiato, soprattutto dalle donne; ci sono tanti uomini che si stanno avvicinando al femminismo, ma sono ancora una percentuale molto piccola.

Infine serve che la nostra classe politica si occupi di femminismo, cosa che al momento non fa, perché la Costituzione Italiana sancisce la pari dignità sociale senza distinzioni e, se passasse il DDL Zan, all’orientamento politico e religioso si potrebbe aggiungere anche l’orientamento di genere; nonostante questo il femminismo continua ad essere una roba relegata ai “circolini” di gente con la vagina. 

Il femminismo non è il contrario del maschilismo, ma è esigere pari diritti per tutti e per tutte, e la politica se ne dovrebbe occupare seriamente.

Quello che ognuna di noi può fare è…

… non rimanere indifferenti ogni volta che in ufficio, al parco, in qualunque ambiente ci troviamo, sentiamo o vediamo una discriminazione: è necessario prendere posizione perché non farlo significa avallare automaticamente comportamenti, purtroppo già normalizzati, che finiscono per incancrenirsi ancora di più nel tessuto sociale.

Io faccio un po’ di cose, a partire dal lavoro con Hella Network, in cui credo molto: è una cosa piccola, però facciamo attivismo online e tanta divulgazione.

Un’altra cosa che tutte e tutti possiamo fare è sostenere le battaglie femministe sull’uso dei femminili professionali e sull’utilizzo di un linguaggio inclusivo, compresi artifici come la schwa o l’asterisco; si tratta di battaglie che spesso vengono osteggiate dalle stesse donne, che sostengono che le vere battaglie siano altre e che la parità di genere riguarda i salari e non la femminilizzazione delle professioni. 

Non è così. 

La parità di genere dei salari è qualcosa su cui la maggior parte di noi non ha un potere materiale immediato, mentre il linguaggio costruisce universi di senso e se ci impegniamo insieme a costruire universi di senso più inclusivi, possiamo davvero fare la differenza dal basso: usare le parole giuste è una cosa che chiunque può fare, senza fatica e a costo zero, basta volerlo.

Deborah Ugolini

Le immagini, la voce e le parole hanno sempre guidato la mia passione. Ho cominciato come videoreporter e oggi lavoro come videoteller, brand journalist e come consulente e formatrice. Vivo con curiosità e sono fermamente convinta che nella vita non esistano esperienze o competenze inutili.

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