Freelance e femminista. Intervista a Francesca Marano

Questa volta la protagonista è una donna a cui tutte noi siamo particolarmente legate, perché è nientemeno che la fondatrice di C+B.

Dopo avere indossato svariati “vestiti” professionali, Francesca Marano oggi è la WordPress core team lead di Yoast e gestisce un team che lavora full-time su WordPress, ma il suo progetto più riuscito è suo figlio “14 anni, bello come il sole, che è la luce dei miei occhi”.

Chi ha la fortuna di conversare con lei riconosce immediatamente la sua città, quindi leggetela con un forte accento torinese.

Essere femminista…

… per me significa essere considerata un essere umano a tutti gli effetti.

Il femminismo oggi ha ancora senso…

… anzi, ha sempre più senso. Ogni volta che mia madre, femminista della vecchia guardia, si stupisce che ancora oggi si debbano ribadire concetti per cui era scesa in piazza negli anni Settanta, si rafforza in me l’idea che essere femministi, oggi, abbia ancora più senso, perché se in 50 anni di lotte femministe siamo ancora qui, allora significa che certe cose c’è ancora bisogno di dirle e che c’è bisogno di dirle più forte, per fare in modo che sentano tutti, anche chi sta nelle ultime file.

Il fatto che Kamala Harris sia la prima vicepresidente donna degli Stati Uniti mi lascia letteralmente basita e ancora più basita mi lascia sapere che in Italia una cosa del genere ancora deve accadere; quindi non solo ha senso il femminismo, è necessario rinnovare le forze.

C+B…

… come molte delle cose che sono successe nella mia vita è nato un po’ per caso e un po’ per disperazione. 

In quel periodo vivevo in Israele e lavoravo come freelance, creavo siti web soprattutto per clienti donne. Era il 2013 e, in Italia, le fonti di formazione e informazione per chi lavorava online erano poche e tutte incentrate sul mondo maschile.

Direi che è andata bene, evidentemente i miei sentimenti erano condivisi e, se è vero che la disperazione lo ha fatto nascere, a farlo crescere è stata invece la voglia di tante donne nella stessa situazione, di condividere quello che avevano già capito, di raccontarlo ad altre donne che stavano affrontando passi che loro avevano già fatto.

Il fatto che la mia figura, su C+B, non sia mai diventata dominante, è una delle cose di cui vado più orgogliosa.

Le discriminazioni sul lavoro per via del genere…

… non mi sono mai capitate, per lo meno non in modo palese. 

C’è però la discriminazione non detta, che è quella più subdola, che emerge quando sei l’unica donna a un tavolo di uomini (ed essendo una donna che si occupa di tecnologia, mi è successo spesso) e fai fatica a inserirti nel discorso, o quando ti presenti a un evento o a una fiera e ti chiedono chi stai accompagnando; queste cose mi sono capitate e capitano ancora, per fortuna sempre meno e sono le peggiori.

C’è un bellissimo Ted Talk di Dame Stephanie Shirley, pioniera dell’industria software inglese, che racconta la sua storia e tra le varie cose come, nel 1975, la sua azienda, che era composta di sole donne, è stata obbligata ad assumere degli uomini per assecondare la parità di genere sui posti di lavoro promossa dal Governo inglese. Ogni volta che la ascolto mi commuovo, perché mi ritrovo in ogni singola parola: nonostante io non abbia mai subito attacchi personali evidenti, c’è sempre questa subdola arietta a permeare l’ambiente, l’assunto che io, in quanto donna e in quanto non programmatrice, non capisca di cosa si sta parlando, nonostante il mio sia un ruolo di grande importanza. E poi è un talk divertente, commovente e che parla di ambizione, un tema sul quale noi donne avremmo tanto da lavorare. 

In realtà questa è una cosa molto italiana. In Olanda, o per lo meno nell’azienda dove lavoro, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in dubbio che io sia la persona giusta per il ruolo che ricopro perché ho o non ho le ovaie.

Un’altra cosa tipicamente italiana è il pettegolezzo. Le uniche reazioni negative alla mia leadership nel mondo WordPress le ho ricevute, dall’Italia, sotto forma di pettegolezzo. Ho sempre pensato che i miei connazionali dovessero essere fieri del fatto che una di noi fosse arrivata a un certo livello e invece evidentemente non è così, perché una donna, addirittura non sviluppatrice, non può avere le competenze necessarie per arrivare lì… evidentemente invece le competenze necessarie le avevo, dato che io ci sono arrivata e loro no 😉

Fortunatamente, nel mondo del lavoro, essere una donna non mi ha mai ostacolata nelle selezioni.

Nella vita privata…

… sono una persona “rumorosa”, quindi è molto difficile mettermi in un angolo.

Però è capitato l’opposto: il mio ex marito non ha ottenuto l’affitto di una casa, a Torino, in quanto padre single. Ecco perché credo che il femminismo sia importante, non solo per noi donne, ma anche per chiunque non si riconosca in un concetto di famiglia cattolica standard.

La mia famiglia d’origine…

… era molto diversa dalla mia famiglia attuale. Nonostante mia madre fosse una “femminista di ferro”, si è sempre fatta carico lei della cura della casa, con l’aiuto di altre donne: mia nonna che mi ha cresciuta e le donne che si occupavano del grosso delle pulizie in case. Lei e mio padre lavoravano entrambi, ma quando la sera tornavano a casa stanchi, era lei che cucinava e ancora oggi, nonostante siano separati da 36 anni, quando ceniamo insieme lei gli sbuccia la mela, ma questo credo sia più un gesto di cura e amore, che va oltre qualsiasi cosa possa essere scritto sulla nostra carta d’identità.

Il mio ex marito invece si è spesso fatto carico della cura della casa, permettendomi di crescere professionalmente; senza una persona così accanto non avrei certo fondato la mia azienda e non sarei andata in giro per il mondo a fare tutte le cose che ho fatto.

La stessa cosa succede oggi col mio compagno: entrambi lavoriamo molto ed entrambi ci prendiamo cura della casa. Sempre con un aiuto esterno: altra cosa imparata da mia mamma 😉

Sul lavoro sono stata spesso l’unica donna…

… e succede soprattutto dal 2017, da quando ho lasciato la libera professione e ho iniziato a lavorare in aziende WordPress: unica donna nel team, al tavolo di lavoro, in una chat.

Siccome però ho avuto tante vite professionali, mi è anche capitato di lavorare in aziende in cui eravamo solo donne.

Rispetto alle generazioni precedenti…

… siamo sicuramente riuscite a farci un po’ di spazio nel mondo tech, che nonostante sia nato come ambito femminile, è finito per diventare completamente maschile; in pratica ci stiamo riprendendo ora un po’ di spazio, qualcosa si muove.

Per le altre industrie non saprei dire, non ho il polso della situazione; forse il mondo accademico, non so se anche in Italia sia così, ma negli Stati Uniti vedo più donne in accademia rispetto a quelle che c’erano 20 anni fa, anche se continuiamo ad essere pochissime.

Le donne oggi dovrebbero essere più presenti…

… nel mondo tech, perché non è vero che non esistono donne programmatrici; numericamente è indubbio che siano meno degli uomini, ma ci sono e qualcuno le deve assumere, indipendentemente dal fatto che decidano di fare un figlio o abbiano le paturnie pre-mestruali; così come non esiste che alle conferenze, di qualsiasi settore esse siano, non ci siano donne relatrici. Le esperte, anche di temi molto di nicchia, ci sono eccome e bisogna invitarle. Alle donne va fatto spazio.

Questa cosa è stata molto evidente con l’ultima versione di WordPress, la 5.6, uscita a dicembre 2020: il team della release era formato da 50 donne. Questo è stato possibile perché è stato deciso di dare spazio alle donne e la cosa è stata accettata all’unanimità (le uniche critiche sono arrivate da un gruppo di persone che si contano sulle dita di una mano e che non sono mai state impegnate in prima persona in una release. Diciamo che ogni paese ha i suoi allenatori della nazionale da divano). Queste 50 donne si sono fatte avanti perché è stato fatto loro spazio.

Un altro ambito dove vorrei vedere più donne è la politica. Io non sono minimamente esperta, ma mi chiedo per quale motivo anche noi, che comunque rappresentiamo quantomeno il 50% della popolazione italiana, dobbiamo continuare a farci rappresentare esclusivamente da uomini di mezza (spesso terza) età. Sarebbe bello essere adeguatamente rappresentate.

In generale tutta l’industria STEM dovrebbe incoraggiare e facilitare l’entrata delle donne.

Ma posso dire tutti? Le donne dovrebbero essere più presenti in tutti i settori. Come disse Ruth Bader Ginsburg:

Women belong in all places where decisions are being made. It shouldn’t be that women are the exception.

Le donne appartengono a tutti i luoghi in cui vengono prese le decisioni. Le donne non dovrebbero essere l’eccezione.

Sono femminista grazie a…

… mia mamma. Non ho mai avuto bisogno di leggere libri sul femminismo perché mia madre, tutti i giorni della sua vita, mi ha fatto capire cosa volesse dire essere femminista.

Un libro da consigliare però ce l’ho: We Should All Be Feminists (Dovremmo essere tutti femministi) di Chimamanda Ngozi Adichie. È un libretto molto leggero, di una cinquantina di pagine; rappresenta la mia idea di femminismo pop, che è molto lontana da quello utilizzato come strumento di marketing, come l’orribile esempio di Freeda [fondata da due uomini vicini alla famiglia Berlusconi n.d.a.].

Questo libro è anche un Ted Talk molto interessante, reso famoso da Beyoncé, che è il mio spirito guida, in una delle mie canzoni preferite: Flawless, nella versione remix con Nicki Minaj. Durante il tour di quegli anni, ogni volta che iniziava questo pezzo, sullo schermo appariva il video del Ted Talk con le parole di Chimamanda.

Poi, sì, anch’io ho letto Susan Sontag e Porci con le ali quando ero giovane, ma alla fine l’esempio diretto di mia madre e il femminismo pop di sostanza, mi sono entrati dentro molto di più, perché si tratta di un femminismo terra a terra e io fondamentalmente sono una persona terra a terra: mi piacciono i libri, apprezzo il pensiero complesso, però poi alla fine mi piace di più vedere queste culone che si agitano sul palco parlando del piacere sessuale e delle palate di soldi che fanno, a volte più di quelli che fanno i loro compagni; a me va bene questo come messaggio, son contenta così, tutto quello che devo imparare è lì.

Un modello di riferimento per le nuove generazioni di donne…

… è Kamala Harris, secondo me in questo momento dovremmo tutte quante appiccicarle gli occhi addosso, non solo a lei, ma proprio sulla coppia di cui è parte: il fatto che suo marito abbia l’account Twitter @SecondGentlemen rappresenta una pietra miliare nella storia, ricorderò per sempre questa cosa, fino a quando non diventerà la norma.

Poi Beyoncé, Michelle Obama (che è stata la moglie del primo presidente nero degli Stati Uniti senza farsi mettere in un angolo, che non è poco), Alexandria Ocasio-Cortez.

In Italia seguo molto poco sia la politica che la letteratura, perché manca un po’ quell’elemento pop che per me è fondamentale e troppo spesso capita che le cose vengano fatte cadere troppo dall’alto. Ammiro e rispetto il lavoro che fanno alcune giornaliste, politiche e studiose nella divulgazione del femminismo, sono convinta che ce ne sia davvero tanto bisogno, ma hanno un atteggiamento che mi risulta talmente antipatico, che alla fine mi chiedo se non siano più le persone che indispettiscono (come me), di quelle che convincono; il problema è che poi lasciano spazio a chi ha più appeal e fa anche tanti danni.

Mi piace Giulia Blasi, giornalista e scrittrice molto prolifica su Twitter. La seguo volentieri perché esprime la rabbia che abbiamo tutte quante in corpo, ma lo fa unendo la vena pop che manca ad alcune femministe che scrivono sempre un po’ con il sopracciglio alzato, alla profondità di pensiero che manca ai prodotti puramente commerciali.

Le donne oggi rischiano…

… tutto, rischiano la vita, tutte noi stiamo rischiando la vita. Basta pensare a quanto è aumentato il numero dei femminicidi negli ultimi 20 anni e sembra che questa cosa non interessi a nessuno, tranne che a noi donne, che abbiamo paura.

La nostra vita è a rischio e lo è anche la nostra salute sessuale e riproduttiva, perché ci sono medici e personale medico obiettori di coscienza, perché ogni tot anni viene nuovamente messa in discussione la legge sull’aborto, e questa è una cosa inaccettabile, perché continua ad esserci una totale ignoranza su queste tematiche, complice una scuola di imprinting cattolico, dove non esiste l’educazione sessuale.

Il mio compagno è inglese; in Inghilterra si fa educazione sessuale a scuola proprio come in Sex Education, con la signora che arriva con la banana e il preservativo per spiegare come si mette. In Italia i nostri ragazzi non hanno idea di come si metta un preservativo, perché per noi genitori è troppo imbarazzante spiegarlo (per lo meno per me lo è, poi ci provo, eh, ma ragazzi che vergogna) e a scuola non glielo fa vedere nessuno, quindi ne parlano tra di loro e continuano a fare quello che abbiamo fatto tutti sempre: imparano dal porno.

La violenza sulle donne, nel privato, ma anche nel pubblico, ci mette a rischio tutti i giorni, qui, in Italia; senza parlare dei rischi che le donne corrono in paesi che noi non vediamo, perché certe cose non le vediamo proprio più, siamo troppo centrati su noi stessi.

Per cambiare le cose è necessario…

… smettere di essere cattolici; sarebbe già una grande cosa dal punto di vista culturale. E poi bisogna puntare sull’educazione. Le scuole fanno pochissimo da questo punto di vista, tutto è demandato alle famiglie e non tutte le famiglie hanno la capacità di farlo.

Io però, da madre di adolescente, posso dire che, non so come (loro non ce lo dicono, e va bene così), ma i ragazzi sono più avanti di noi e tantissime cose le hanno già superate da soli, in una sorta di meravigliosa autoeducazione. 

Quello che ognuna di noi può fare è…

… dare fastidio, sgomitare anche fisicamente e continuare a parlare, continuare a evidenziare quello che non funziona, nel modo in cui riteniamo giusto farlo. Io sto cercando di tirare su un figlio maschio che, ripeto, per fortuna non sembra avere troppo bisogno dei miei input, però ogni volta che identifico una situazione dove lui potrebbe avere un vantaggio semplicemente in quanto maschio bianco europeo, glielo faccio notare, lo evidenzio.

Poi bisogna supportare le cause femministe e le associazioni di donne, anche in questo caso nel modo in cui ci sentiamo di farlo. Io per molto tempo mi sono sentita in colpa per non essere più attiva su C+B o in altre associazioni di donne alle quali ero legata; oggi ho trovato la mia alternativa, che è finanziare queste cause; donare soldi a un’associazione o a una causa alla quale crediamo non equivale a lavarsene le mani, perché le associazioni, oltre ad avere bisogno di volontarie, hanno anche bisogno di soldi.

Al momento faccio un pagamento mensile a Black Girls Code, un’associazione americana che promuove l’educazione alla programmazione per le donne di colore; io non posso andare fisicamente negli Stati Uniti a insegnare l’HTML, però posso dare dei soldi per far sì che qualcun altro lo faccia. Qui in Italia non conosco associazioni simili, ma il giorno che ne troverò una, anche loro si beccheranno un tanto al mese. Questo è il mio impegno.

Deborah Ugolini

Le immagini, la voce e le parole hanno sempre guidato la mia passione. Ho cominciato come videoreporter e oggi lavoro come videoteller, brand journalist e come consulente e formatrice. Vivo con curiosità e sono fermamente convinta che nella vita non esistano esperienze o competenze inutili.

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