Perché Design thinking

>Che cosa vuol dire Design Thinking

Qualunque cosa significhi per te design, ti libero di un equivoco: se non fa parte delle tue risorse quotidiane ti stai privando di uno strumento essenziale.
Design vuol dire sia disegno – un piano d’azione – sia progetto – la capacità di immaginare che le cose possano andare in modo diverso. Se non possono, stai perdendo tempo. Se possono e non lo stai facendo, stai perdendo tempo. Il pensiero progettuale – il Design Thinking – prima e al di là dei metodi e dei processi che sono stati messi a punto, è questo: la capacità di identificare un problema, un bisogno o un desiderio e di agire di conseguenza.

Se il problema non è risolvibile, il bisogno non è colmabile o il desiderio non è realizzabile hai già un primo risultato: puoi lasciar perdere e dedicarti ad altro. I designer professionisti hanno una parolina magica, che è “actionable”: se ti stai baloccando con qualcosa che non lo è, sei causa del tuo mal. Actionable vuol dire tante cose: fattibile, possibile, realizzabile. Un qualcosa che permetta una o più azioni per essere affrontato. Quasi tutto quello di cui ci lamentiamo o che sogniamo di cambiare non è actionable e una delle prime utilità concrete di questo approccio è capire come affrontare questo tipo di situazioni. Se non puoi farci niente, smettila di angosciarti, lascia perdere e dedicati ad altro.

Per chi è il Design Thinking

Il bello del Design Thinking è che non serve essere designer professionisti per applicarlo. È il tema di un bellissimo libro di Ezio Manzini “Design, when everybody design”, che ci libera di un altro equivoco: usare queste tecniche senza avere le necessarie competenze professionali non è velleitario o rischioso. Stiamo parlando infatti di pensare in modo progettuale facendo il tuo lavoro, cioè di applicare a quello che fai – qualunque cosa sia, anche decidere che studi fare – il “design mode”, cioè “il risultato della combinazione di tre doni umani: il senso critico (la capacità di guardare alle cose come sono e di riconoscere quello che non è o non dovrebbe essere accettato), la creatività (l’abilità di immaginare qualcosa che non esiste ancora ) e senso pratico (la capacità di trovare modi possibili per far succedere quello che vogliamo).*

Il Design Thinking è quindi la modellizzazione di un processo capace di riattivare, allenare e migliorare capacità che abbiamo sempre avuto e che abbiamo in parte perso, anche per colpa di quello che sempre Manzini chiama “conventional mode”, cioè l’adesione a modi di fare e di pensare tradizionali, trasmessi nel tempo e quindi rafforzati dalla loro durata. Quando confondiamo la tradizione con la realtà, ci areniamo. “Abbiamo sempre fatto così”, per la matematica e sviluppatrice Grace Hopper, “è la frase più pericolosa in assoluto”, perché significa che abbiamo dimenticato che i modi in cui facciamo qualcosa sono un’invenzione umana e, come tutte le creazioni umane, possono e devono essere migliorati, cambiati e anche, se necessario, abbandonati.

Il processo del Design Thinking

Il Design Thinking propriamente detto è un processo dalle radici antiche, modelizzato contemporaneamente da diversi studi statunitensi specializzati in progettazione e innovazione (in particolare da Ideo). Il modello più famoso, quello che ti sarà capitato di vedere più spesso, è quello della Stanford University, che ha usato questo approccio per posizionarsi come università capace di fare la differenza nel mondo dell’innovazione (e del design).

Non è un caso che tu abbia visto il Design Thinking e non letto di Design Thinking, perché la visualizzazione è una delle chiavi di questo metodo. La parola Design viene dall’italiano disegno e dal francese dessein; non serve saper disegnare per progettare, ma è molto utile pensare e prendere appunti in modo visivo, non letterale. Io lo chiamo “girare il foglio”, perché è un mio rito: quando voglio passare dalle parole alle immagini non faccio altro che girare il foglio. Pagina verticale: parole. Pagina orizzontale: immagini. Non sapendo disegnare, ma proprio per niente, dispongo orizzontalmente parole, cioè uso le mappe concettuali per evitare di ragionare in modo convenzionale, che per me è sequenziale. Per te potrebbe essere il contrario.

Una cosa che si fa

Nei miei corsi parto da questo “cheat sheet”, perché mi sono resa conto che queste cinque fasi possono essere interpretate in modo molto diverso (e va benissimo così).

In genere il Design Thinking è una cosa che si fa: c’è tantissima cultura dentro e un gran lavoro di ricerca dietro, ma proprio per questo è meglio imparare facendolo, non studiandolo. È come per i prodotti di design: funzionano quando sono facili e gradevoli da usare, anche se non hai idea del perché. Se serve un manuale di istruzioni qualcosa è andato storto.

Posso dirvi però perché funziona: perché ci permette di fare un passo indietro e di liberarci di tutto quello che crediamo di sapere.
Nella maggior parte dei casi, infatti, quando dobbiamo progettare qualcosa – qualunque cosa – partiamo dal centro del modello e cerchiamo di farci venire delle idee. Così facendo, però, partiamo da noi, e non dai destinatari dei nostri sforzi. Questo vale anche se i destinatari dei nostri sforzi siamo noi, perché partire in quarta con delle idee – delle soluzioni – senza aver smontato il contesto e il problema è, quasi sempre, una pessima idea. Lo è per due motivi: il primo è che possiamo credere di avere molto chiaro il nostro bisogno o il nostro desiderio, ma raramente capiamo da dove nasce, cioè quale problema in realtà dobbiamo risolvere. Bruno Munari – sicuramente un antesignano di questo modo di pensare – invitava a scomporre il problema per trovarci dentro la soluzione, cosa impossibile se lo guardiamo nella sua interezza. Il secondo è che, partendo dal centro del processo, è molto facile arrivare a macro-soluzioni, cioè a scelte impegnative e costose che, se sbagliate, rischiano di peggiorare la situazione. Il cuore del Design Thinking, invece, per me è il quarto blocco, e cioè l’idea di prototipo: un prototipo è un micro-cambiamento veloce da realizzare e poco costoso da testare, qualcosa cioè che ci permetta di fare errori poco costosi.

Se sogni di aprire un ristorante una settimana a servire ai tavoli è un prototipo. Se stai pensando di investire in una campagna pubblicitaria su Facebook la resa in organico del piano editoriale è un prototipo. Se stai pensando di fare il Cammino di Santiago andare a piedi al lavoro facendo almeno dieci chilometri è un prototipo.

Nella prossima puntata vedremo come applicare questi passaggi e, soprattutto, come farli nostri, perché questo processo funziona tanto meglio quanto più riusciamo a personalizzarlo.

*mia traduzione

Mafe de Baggis

Lavoro per liberare le energie delle aziende e delle persone usando le storie per mettere ordine nel loro modo di comunicare, di raccontarsi, di entrare in relazione con gli altri. Lo faccio usando i media digitali, ma solo perché da una ventina d’anni sono l’ambiente più interessante tra tutti quelli a disposizione, soprattutto se combinati con un uso narrativo degli spazi fisici.

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