Fanculo la prestazione

Una delle citazioni che mio padre amava di più, era una frase di John Le Carrè, tratta da Un ingenuo e sentimentale amante, “un uomo non si giudica da quello che trova, ma da quello che cerca”. Ecco, oggi vorrei tessere per te un’apologia delle potenzialità inespresse, dell’errore, del provare, dell’essere tristi, del non essere superiori, del deludere le aspettative. Insomma, oggi diciamo insieme “fanculo la prestazione!”.

Mirsolov Tichy Quote, ph. Mika Fowler
foto di Mika Fowler

Non ti sto invitando a ignorare i tanti utilissimi contributi motivazionali che hai trovato in questo blog, ma se non ti hanno aiutato a affrontare le difficoltà e superarle, ho pensato ti potesse servire un angolo in cui sentirti lo stesso capita e apprezzata. Anche se non segui le “regole” della freelance di successo.

Vivere fuori dalla comfort zone fa male

Uscire dalla tua zona comoda ha indubbi lati positivi in un mercato in continua evoluzione, e tutti sappiamo che il progresso passa per il superamento dei limiti (personali e comunitari), ma esplorare territori nuovi ha un impatto sulla nostra psiche in termini di rilascio di adrenalina e produzione di ormoni dello stress. Se il tutto, preso a piccole dosi, stimola la nostra creatività e la nostra performance, l’incidenza di continui stimoli stressanti sull’apparato cardiovascolare è a lungo andare logorante e nociva. Pensaci, quando ti senti obbligata a fare qualcosa di nuovo a tutti i costi, a provare una nuova strategia che ti spaventa, a incontrare una persona che ti mette in soggezione ma potrebbe essere utile al tuo lavoro, e il muscolo dell’occhio ti vibra per lo stress. Ascolta i messaggi che ti manda il tuo corpo e sappi che ogni tanto per la tua salute è meglio rimanere sul divano a guardare Game of Thrones.

Il coraggio è sopravvalutato

È ovvio, senza il coraggio di affrontare le difficoltà del mettersi in proprio non ci sarebbero freelance. E neanche piccole imprese. Siccome il nostro tessuto produttivo si fonda proprio sulle piccole e medie imprese possiamo pure dire che senza coraggio non ci sarebbe un’economia italiana. Ma le paure e i timori sono spesso messaggi che il tuo cervello ti manda non tanto (o solo) per preservare lo status quo, quanto per allertarti di una minaccia. Se hai paura di metterti in proprio perché temi che non guadagnerai abbastanza per mantenerti, perché tutte le persone che hai intervistato ti dicono che guadagnano poco, o che non spenderebbero per il prodotto che vuoi vendere, ignorare questi segnali non è necessariamente la scelta più furba. Mettersi in proprio non è per tutti. Allo stesso modo avere paura non è necessariamente un segno di debolezza… magari solo di buon senso e corretta informazione.

L’ideale di perfezione è una prigione maschilista

Presentare al meglio la nostra persona sul mercato è un assioma del personal branding. Il mercato (ci dicono) si aspetta una freelance professionale, serena, consapevole, attenta alla sua cliente, informata, pronta, che non fa errori, che ha la manicure fatta bene, che non alza la voce, che è ordinata, organizzata e paziente… Oppure no. Io per esempio non darei neanche mezzo centesimo a una persona così! Vorrei dire che è solo perché capisco che si tratta di pura facciata, ma la realtà è che la troppa perfezione mi fa proprio rabbia e desta la femminista che è in me. Nulla mi toglie dalla testa che ci sia una questione femminile nell’ossessione per la presentazione perfetta che abbiamo noi freelance donne. Gli uomini vanno alle conferenze in pantaloni kaki, t-shirt da nerd e camicie di flanella a quadri. E ricevono ovazioni. Noi dobbiamo selezionare e instagrammare alla perfezione un outfit modaiolo completo di accessori e trucco impeccabile, per poter, non dico risaltare, ma essere a un livello accettabile di presentabilità. Ma per piacere! Dovremmo mostrarci superiori e solidali di fronte alla parata di madonne idealizzate che popola il web?! Io credo che facciamo meglio a ricordare alle nostre figlie che valgono per ciò che sono non per la perfezione del loro profilo Instagram.

Se non ti riesce di fare, provare può bastare

Il maestro Yoda doveva smuovere Luke Skywalker nell’impellenza di una catastrofe universale, e certo a volte anche tu devi agire con prontezza per salvare la tua attività e il lavoro. Ma non vivi in condizioni di emergenza continua (e se lo fai, c’è qualcosa che non va), hai giornate in cui semplicemente non sei in grado di rendere al meglio, e momenti in cui il bandolo della matassa di sfugge. Accanirsi a cercare di portare a casa un risultato in questi momenti può essere un esercizio frustrante e fin dannoso. In questi casi può davvero valere la pena di provare, e sbagliare, e lasciare perdere per riprovare di nuovo in un secondo momento. Non necessariamente per fare meglio. Ma proprio perché siamo esseri umani. Provare e sbagliare è ciò che ci caratterizza.

Chiudere non è fallire

Chi ha detto che per essere felici bisogna farcela? Che i sogni debbano realizzarsi affinché le nostre vite abbiano un senso? Parole come ‘successo’, ‘farcela’, ‘carriera’, ‘soddisfazione personale’, ‘fallimento’ hanno un significato diverso per ciascuno di noi. Prenditi il tempo per decidere che cosa ti regali davvero serenità, e non avere paura di rinunciare a qualcosa per ottenerlo. Passare anni a sviluppare un’attività non è di per sé una motivazione valida per continuare a condurla anche se ti fa soffrire. Chiuderla potrebbe essere la vittoria più grande contro le pressioni sociali che ci costringono a sognare in grande, puntare in alto, primeggiare. Quando spesso il nostro istinto ci porterebbe a fare meno, con meno impegno, e maggiore gioia.

L’estate prima di laurearmi per prima nel mio corso, con lode, e arrivare quarta a un concorso nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione per insegnare all’estero (tanto per concedermi un momento autocelebrativo) ho passato tre settimane di assoluto relax al mare con un gruppo di amiche. Ogni giorno giocavamo a pinnacolo e io perdevo sempre. Sempre. Loro si arrabbiavano tantissimo con me perché non facevo alcuno sforzo di vincere, e la mia spiegazione (“mi piace tenere le carte in mano”) le faceva infuriare ancora di più.

Ecco, io oggi volevo solo dirti che anche giocare per il piacere di tenere le carte in mano, vale.

16 commenti su “Fanculo la prestazione”

  1. Grazie per questo post! A volte ci sentiamo così wonder woman che se per un periodo siamo meno produttive quasi ci sentiamo in colpa… era proprio quello di cui avevo bisogno. Ogni tanto bisogna rallentare.. per poi ripartire più cariche di prima!

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  2. Sono d’accordo al 100%!
    E la citazione è bellissima 🙂
    Sono una cercatrice che molto spesso, nelle sue infinite ricerche, tende a perdersi un po’. Ma se fosse proprio questo, ciò che mi piace?

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  3. Barbara, erano le parole che volevo sentire in questo momento – penso che me lo stamperò! a volte mollare fa bene. Personalmente ho rinunciato a un lavoro da “tremito occhio”, lavoro che mi sognavo di notte da mesi con la nausea e che mi sentivo obbligata ad affrontare, ed è stato come lanciare un urlo liberatorio :D.
    Concordo, giocare per il piacere di tenere le carte in mano, vale.

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    • Ecco, la fase dell’urlo la conosco benissimo… Quella tensione nello stomaco con tutto il tuo corpo che si ribella… Vale davvero la pena di volersi meglio di così secondo me 🙂

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  4. probabilmente rileggerò l’articolo e dopo lo leggerò un’altra volta e se non bastasse lo farò ancora un’altra volta. Perchè probabilmente spiega la reale natura del mio voler perseverare in qualcosa che probabilmente non fa per me : ostinazione. Sante parole le tue, davvero, ma tanto lo so già che dopo una piccola pausa riflessiva la mia altalena personale mi riporterà su e allora avrò tanti buoni motivi per provare ancora. ostinazione, appunto, insanabile.

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    • Irene, non so se aiuta, ma ti capisco proprio tanto. Anche l’ostinazione è umana, d’altra parte. Mi permetto solo un consiglio: tieni gli occhi puntati su salute e affetti, e tutelali sempre.

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