Dorothy e una collaborazione che non funziona.

Care e soprattutto sagge ragazze di C+B,

ho bisogno di un consiglio per risolvere un problema in modo professionale e politically correct. E non tra fuochi d’artificio come la mia indole burrascosa mi porterebbe a fare. Quindi, se finora mi avete insegnato qualcosa, prendo fiato, conto fino a 10 e scrivo a voi invece di mandare quella mail al vetriolo di cui mi pentirei.

Riassumendo, il problema è che ho accettato una collaborazione professionale sull’onda dell’emozione (“oddio, qualcuno vuole collaborare con me, non posso crederci!”) senza indagare troppo su chi mi stesse offrendo l’opportunità e, con l’evolversi del progetto, mi son resa sempre più conto di avere a che fare con una persona che, non per cattiveria o malafede ma presumo principalmente per inesperienza, non aveva idea di quello che stesse facendo.
La collaborazione, strutturata così com’è, quindi, non solo risulta poco professionale ma soprattutto inutile per lo scopo che mi ero prefissata, ovvero l’auto-promozione.
Ho provato in itinere a suggerire dei miglioramenti ma quelli utili sarebbero così macroscopici che l’unica soluzione sarebbe rasare a zero il progetto e ripartire da capo.

Quindi mi trovo davanti ad un bivio:
limitare i danni, incassare la sconfitta e imparare la lezione di informarsi sempre bene prima di decidere di metterci la faccia oppure cercare di spiegare, spendendo tempo che non ho e fatica, i motivi per cui a mio avviso la collaborazione che mi è stata proposta non sia professionale né di alcuna utilità per entrambi?

Ovviamente la seconda scelta, in un mondo perfetto, sarebbe da preferirsi ma, siamo oneste, perché dovrei prendermi io il mal di pancia (gratis tra l’altro), di insegnare a qualcuno che non l’ha imparato fin ora a fare bene il proprio lavoro?

Illuminate la mia strada di mattoni gialli, ve ne prego.

Vostra affezionata,

Dorothy.

 

Cara e impareggiabile Dorothy,

l’impasse in cui ti trovi credo sia capitata a molte di noi: quindi, non sentirti sola!

Dalle tue righe emerge chiaramente che la lezione di base l’hai imparata: prima di accettare collaborazioni – soprattutto se gratuite – è sempre meglio informarsi nei dettagli sulla persona che si ha davanti. Non sulla sua vita privata, è chiaro: ma, per lavorare in maniera proficua con qualcuno che è tuo pari, quindi non un cliente o un committente, è necessario condividere lo stesso sistema di valori professionali e avere ben chiara la divisione dei ruoli. Il motivo principale, oltre alla gioia di lavorare con qualcuno che ci stimola e ci comprende, è anche evitare dispendio di energie e mal di pancia da frustrazione.

Ora il tornado è passato, non siamo più in Kansas, quindi bando alle recriminazioni.

Quello su cui secondo me è importante focalizzarti, a questo punto, è il progetto. Posto che il tuo obiettivo primario (la visibilità) è sfumato, puoi cercare di portarti a casa qualcosa di prezioso e importante: la soddisfazione di aver svolto un buon lavoro.

È chiaro che, perché questo possa accadere, tu devi credere, se non nella persona che hai davanti, almeno nel progetto. Puoi comunque metterti d’impegno, lavorare bene e con passione, e trovarti alla fine senza soldi e senza fama ma con – almeno – un risultato di cui sei soddisfatta e che potrai, se non altro, firmare e inserire nel tuo portfolio.

Devi valutare se il tempo che perderesti per raggiungere questo risultato pesa in maniera troppo onerosa sul resto della tua vita e delle tue attività: in tal caso, consiglio spassionato, lascia perdere.

Raggiungi uno stato mentale quanto più prossimo alla calma zen, scrivi una bella mail alla tua collaboratrice, spiegale in maniera sintetica i motivi per cui secondo te quel progetto non può funzionare nel tuo presente lavorativo, senza scaricarle addosso la responsabilità di questa decisione ma anche, se siete abbastanza in confidenza, facendole presente un paio di piccole cose che secondo te potrebbe modificare per le sue collaborazioni future.

Magari ha bisogno di una figura professionale diversa, o forse, lavorando con qualcuno alle prime armi come lei, può stabilire una partnership in cui entrambe le parti crescono e imparano insieme: una situazione più bilanciata, insomma.

Essere gentili anche quando si esce da una collaborazione serve sempre, e non solo per non rischiare feedback negativi, ma soprattutto perché la gentilezza è un investimento. Fa stare bene te, fa stare bene l’altra parte, non lascia rancori e migliora l’umore: tanto più che mi sembra di capire che non abbiate avuto dissapori particolari.

Insomma, Dorothy, se ti accorgi che davvero di questa collaborazione non c’è niente che tu possa salvare se non la lezione di cui sopra, con Correttezza e Buone maniere fai capire alla tua partner che questo matrimonio non s’ha da fare, non soltanto per te, ma anche per lei: in queste situazioni, di solito, il disagio è percepito da entrambe le parti in gioco.

Da qui in poi vedrai che la strada porta verso casa: non dimenticare le scarpe rosse!

Un abbraccio fatato dalle tue Streghe Buone Del Nord.

 

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Beatrina Incorporella

Girl in progress, ancora, da sempre. L'unica costante della mia vita sono lettura e scrittura: da dieci anni sono una libraia, da almeno trenta una lettrice. Scrivo per dimenticare (e per ricordare), un po' sul serio e un po' per ridere. Sono bionda per vocazione, torinese di nascita, ironica per autoconservazione.

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