A Sherwood adesso comandano le donne

Vi siete mai chiesti che cosa rappresenta la foresta di Sherwood? (E se non ricordate a quale scenario appartenga, fate atto di penitenza e riguardatevi questo).
Cercando quale fosse l’obiettivo della sua vita e del suo lavoro, la nostra intervistata di oggi l’ha fatto e ha trovato in un sol colpo tutte le risposte che desiderava: Sherwood simboleggia un luogo in cui tutti vengono accolti e valorizzati, dove il fine comune unisce più di quanto possano dividere le differenze.

Rullo di tamburi per…

danzaterapia

Benvenuta! Dicci in tre parole chi sei…
Lavinia, 31 anni, attrice, educatrice teatrale, danzaterapista e presidente della Cooperativa Sociale La Foresta di Sherwood.

. …e che cosa fai!
La Foresta di Sherwood è una cooperativa di artisti, con collaboratori provenienti da diversi paesi tra cui Italia, Gran Bretagna, Albania, Brasile, Senegal, Gambia. Il nostro obiettivo è promuovere l’utilizzo dei linguaggi di scena (teatro, danza, musica, arti di strada) come strumento di crescita individuale e collettiva. Io in particolare, oltre agli incarichi di coordinamento della cooperativa, lavoro come educatrice teatrale, regista e danzaterapista con gruppi di bambini in progetti sia in italiano che in inglese, la mia seconda lingua, e con utenze fragili come l’adolescenza a rischio e la disabilità medio-grave e grave.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che era ora di dare luce alla tua impresa creativa? Come l’hai affrontato?

Può sembrare arrogante, ma ho pensato di poter ‘camminare sulle mie gambe’ quando mi sono accorta che lavorare per altre compagnie di teatro per l’infanzia non mi dava modo di poter proporre una mia personale visione dell’esperienza artistica e delle potenzialità che essa offre per la crescita e il benessere individuale e collettivo.
Ho così incominciato “il Grand Tour”: commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro, sportelli di orientamento per giovani imprenditori.. fino a realizzarmi come libera professionista prima, e ad unirmi in cooperativa con altri colleghi di lì a pochi anni.

Chi o cosa ti ha aiutata di più a realizzare il tuo progetto?
Per chi si dedica ad un lavoro artistico, credo che la fonte di appoggio principale sia la propria vocazione: facciamo questo lavoro perché semplicemente non potremmo non farlo. Il cuore batte diversamente quando siamo immersi nella nostra attività, e tutti i segni della vita circostante sembrano dire ‘questo è il tuo cammino’. Oltre a ciò, devo moltissimo ai miei genitori: la mia mamma che ha condiviso con me i primi steps (“mamma vieni anche tu dal commercialista.. quattro orecchie sentono meglio di due!”) e mio padre, infaticabile e visionario imprenditore, che mi ha fatto respirare il detto ‘il lavoro nobilita l’uomo’.

sherwood arte teatro

Viceversa, qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato?
Il pressapochismo, la chiusura mentale e la mancanza di progettualità con cui vengono stroncate le iniziative minimamente distanti dal mainstream. Quando spiegavo quel che volevo realizzare presso un ufficio pubblico o un consulente le domande erano “Quindi lei vuole fare l’attrice? O la regista? O è un lavoratore sociale?”: ma perché a una ragazza di 20 anni bisogna chiedere di essere una sola cosa? E perché non può essere qualcosa di nuovo, che ancora non ha nome?
Ancora adesso fatichiamo molto a promuovere progetti particolarmente innovativi come la danzaterapia per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, e solo recentemente siamo riusciti a far significativamente apprezzare l’utilizzo del teatro come veicolo per l’apprendimento della lingua inglese.

Come l’hai risolta?
Ho avuto la possibilità di vivere e lavorare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e poi ho fatto un bilancio onesto: tanti aspetti erano certo meno faticosi e la vita professionale dei free lance in campo artistico più gratificante, ma produrre cultura ed educazione fuori dal mio paese avrebbe per me rappresentato una via (troppo) facile. Ad oggi non ho risolto le difficoltà di cui raccontavo, ma cerco di conviverci senza perdere troppa serenità né produttività: è possibile!

Raccontaci di una donna che ti ha ispirata, non importa che sia reale o immaginaria, famosa o sconosciuta.

Nell’estate dei miei 12 anni ottenni dalla bibliotecaria della sezione ragazzi della mia città la dispensa straordinaria per prendere in prestito un libro dal settore adulti: dovette scendere le scale e fare da garante personale dicendo alla collega “Si, ho detto io che può leggerlo”. Il libro era “Memorie di una ragazza perbene” di Simone de Beauvoir: non avevo ancora l’età per capirlo del tutto, ma rimasi stregata dalla figura di una donna che metteva al primo posto la ricerca etica e intellettuale, anche a scapito dei privilegi derivanti dalla sua posizione sociale.
Sono però grata a tutte le donne senza nome che, soprattutto in tempi in cui i ruoli possibili erano solo quelli di moglie, suora o meretrice, hanno perseguito la via della conoscenza e dell’impegno sociale, pagando lo scotto di ignobili pregiudizi e venendo spesso defraudate dei loro meriti.
In un ambito a me più vicino, il momento in cui mi sento più orgogliosa di essere italiana è quando si fa il nome di Maria Montessori.

Che cosa ti piacerebbe si dicesse di te quando esci da una stanza?

Come tutti i miei colleghi, ho un ego sconfinato, quindi mi beo di qualsiasi complimento! Tuttavia ne ricordo uno con particolare affetto: avevo 18 anni, frequentavo la scuola di teatro ed avevo per compagno un ex sindacalista energico e corpulento, con una gran voce da tenore. Arrivando trafelata ad un provino gli dissi ‘Ho appena finito due esami in università: lì ho preso 30 e lode, ora speriamo vada bene anche il provino!’. Scoppiò a ridere e mi disse: “Tu non sei una ragazza, sei un mastino”.

teatro impresa

Se dovessi scegliere una storia per accompagnare le persone a trovare la propria vena creativa, quale sarebbe?
La loro. Perché sono affascinata dalle “storie di famiglia”, vere e proprie epopee mitiche in miniatura.

E perché sviluppare l’autoconsapevolezza delle nostre potenzialità e risorse è un’esperienza imprescindibile per noi stessi e per l’equilibrio dei nostri rapporti con gli altri.

Se appartenessi ad una casata nobiliare, quale sarebbe il tuo motto?
La ragazza perbene che è in me citerebbe quello di Carolina Matilde, regina di Danimarca: Dio conservami innocente, e rendi grandi gli altri. La ricerca di affermazione e grandezza è il tormento di chi si dedica a professioni artistiche, ma la vera estasi, il vero dono, è l’innocenza nello sguardo, che ci permette di accedere a livelli di esperienza che nutrono continuamente la nostra ispirazione.
Il mastino che è in me risponderebbe con il mantra prestatomi da una collega: “Alavì, daje forte, daje sempre!”.

E infine…che cosa significano per te C + B?
Creatività e Bisogno. Il bisogno di creare. La creatività per trovare soluzioni alternative ai bisogni. Il bisogno, la fame che nutre la creatività….

Sono sicura che ritroveremo Lavinia tra le nostre pagine, perchè ha almeno un milione di aneddoti densi di significato da raccontare; per ora, se volete contattarla, potete trovarla sul suo sito o sulla sua pagina Facebook!

Stella Mongodi

Insegnante al mattino, pittrice ed Eco Makeup Artist nel resto del tempo. Da sempre patita di colori, handmade e stili di vita sostenibili (nonchè di gatti). Responsabile per C+B del settore creatività, il mio motto è: "Secondo me riesco a farlo da sola". La sfida? Contagiare il resto del mondo!

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2 commenti su “A Sherwood adesso comandano le donne”

  1. Brava Lavinia….ma la mia domanda è perchè si deve andare sempre all’estero per sentirsi gratificati e capiti???!!!???
    Vorrei essere un gigante per scuotere le menti di noi italiani in colpo solo!!!

    • Non so dirti Francesca. Le motivazioni socio-antro-psico-cose sono milioni: io girando con il teatro ho imparato che l’Italia è fatta più di piccoli paesini che di grandi città, e questo forse contribuisce a rendere la mentalità meno innovativa. Ma noi andiamo per la nostra strada! 😉

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