Mai scambiare il bene per il meglio

Less is more

Ovviamente il concetto è validissimo, credo calzi perfettamente alle attività professionali, e non solo, di tutti noi. Quando ci perdiamo in orpelli barocchi nel nostro lavoro, lì dovremmo avere chiara in mente l’idea che i risultati migliori si ottengono togliendo non aggiungendo. Ma perché lo facciamo? Non sono una psicologa, ma ho lavorato abbastanza per sapere che si tratta di vanità spruzzata di eterna insicurezza. Pensateci, il “lavoro” è sostanzialmente concluso e contiene quello per cui il cliente ha pagato, cliente che in molti casi non sa fare quello che fate voi, diversamente non vi avrebbe ingaggiate; se ne sa qualcosa, comunque, non è abbastanza per fare da sé. Allora? A questo punto l’ego si scatena: il parolone, la cornicetta, la stampa in quadricromia 7×3 della cuccia del cane, rendering di termosifoni e magari ritardi di consegna per cercare proprio quella sfumatura di colore fra il rosso pomodoro e il rosso corallo. Non parliamo di dettagli del cuore del lavoro, ma di corollari a opera conclusa.

Quando il lavoro per voi è al 75%, per il cliente è già al 100%.

Siate sincere, quante volte avete consegnato un lavoro che vi soddisfaceva in pieno, per il quale vi siete pavoneggiate da sole davanti allo specchio del bagno immaginandovi in grisaglie a ritirare il Nobel? Spesso, forse non sempre, ma spesso. Rispondete a quest’altra domanda adesso: quante volte il cliente ha notato i bizantinismi che tanto vi fanno godere? Mai. Facciamo ancora un passo. Davanti al cliente che non nota  la vostra illustrazione ricalcante perfettamente la serie di Fibonacci, glielo avete fatto notare? Non mentite, sì, lo avete fatto. Indicando con il ditino fra il deluso e lo stizzito avete detto “vede, signor Pizzimpapoli, questa è una sezione aurea perfetta” e Pizzimpapoli vi ha guardate con scritto in faccia “ahhhecchissenefrega”. Vi siete incazzate lo so, ma a sbagliare siete voi. Ragionate, se vi hanno affidato un incarico, si fidano di voi, se avete vinto un concorso siete le numero uno, non dovete dimostrare nulla. Nel migliore dei casi nessuno si accorgerà dello sforzo immane che c’è dietro l’orpello, nel peggiore sarà considerato un gingillo che ha sottratto tempo e risorse al “lavoro”.

Ovviamente esistono le eccezioni, ma quante saranno sul totale? Una quantità trascurabile. Senza mai scordare il cliente che adora la magistrale piegatura delle vostre tavole chiuse in una cartellina in pelle di renna di Babbo Natale, ma che nulla ha capito del progetto. Lo dico per esperienza personale: anche nel mondo green stampare su carta riciclata (ammettiamolo si legge malissimo), offrire acqua in caraffa e non in bottiglia, raggiungere l’appuntamento in tram e non in auto importerà all’1% dei clienti; tutti gli altri non noteranno questi dettagli che rappresentano ciliegine non richieste su torte già perfette.

Quindi trattenetevi, ci guadagnerete in tempo, denaro e mal di testa da lavoro.

Cristina Delbuono

Agronomo, progettista ambientale, neofita del knitting, appassionata di usi alternativi del verde e blogger – vivo in campagna conservando uno spirito spietatamente metropolitano.

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4 commenti su “Mai scambiare il bene per il meglio”

  1. Quanto hai ragione!!! Il pefezionismo, oltre che non essere apprezzato, perché non compreso, rischia anche di ritardare la consegna e diminuire l’efficienza. E’ dura da imparare però!

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