Lavoro o arte, questo è il dilemma

Gira da tempo sul web un manifesto che dice: “Sono un artista, questo non significa che lavorerò gratis, devo pagare anche io le bollette“, a cui uno spiritoso membro di Deviantart (nonché splendido artista suo malgrado) ha risposto nel seguente modo:

art artist

Io non sono un artista, questo non significa che lavorerò gratis, quindi chiedi a un artista. Grazie.

Proprio lo stesso tema è emerso quest’estate, durante un lungo workshop, quando ho avuto modo di discutere ampiamente con un grande illustratore per l’infanzia, Carll Cneut. Tra tutto ciò che ci siamo detti, quello che mi ha più colpito è la seria umiltà con cui qualcuno che si può a buon diritto ritenere arrivato considera il proprio mestiere.

“Io non sono un artista”, mi ha detto, “sono un professionista”.

Ora, senza in alcun modo pretendere di entrare nel merito di che cosa sia arte oppure no, è pur vero che all’artista, o in generale alle figure legate alla creatività, sono spesso associate una serie di idee preconfezionate: per esempio l’immagine dell’ispirazione che coglie nei momenti più inopportuni, del talento che guida ed fa emergere. Una produzione -insomma- discontinua e un po’ umorale, legata alle montagne russe delle emozioni, ai tempi della fantasia e dell’interiorità.
E bisogna dire che da questo punto di vista, forse, se si proviene da un percorso formativo già indirizzato all’arte (penso, per esempio, alle Accademie) non si è molto più avvantaggiati rispetto a chi ha costruito un’esperienza da autodidatta o seguendo strade alternative: i curricula per artisti, infatti, non prevedono molti corsi di marketing, la conoscenza del mercato e delle sue regole, il contatto con la realtà del lavoro.
Si imparano le tecniche, ma poi, una volta che si mette piede nel mondo, si è soli.

Eppure, salvo pochi casi molto fortunati (e forse molto supportati anche dall’abbondanza di denaro), non è pensabile per i comuni mortali costruire una carriera sulle incertezze dell’ispirazione. L’immagine dell’artista svagato, che non si cura del mondo o di che fine facciano le proprie opere, viene meno quando si tratta di trasformare una passione, un hobby o una semplice attività che procura piacere in un progetto concreto di lavoro, con cui, in soldoni, pagare appunto le bollette. Neppure la mera capacità tecnica mette al riparo dal fallimento o garantisce il successo.
Il classico caso che si usa di solito come paradigma è quello di Madonna, la cui arma principale per rimanere sulla cresta dell’onda dagli anni ’80 a oggi non è stata certo l’abilità vocale, ma una continua capacità di leggere il mercato, trasformarsi, anticipare le tendenze. Di vendersi, insomma.

Spesso per chi si considera un artista questo è uno snodo difficile: vendere se stessi e la propria visione del mondo, fare dell’arte un commercio suonano inevitabilmente svalutanti; dover pensare al soldo e al contempo desiderare di perdersi tra gli ideali di Bellezza, Eternità, Sublime (ma non erano in fondo anche i grandi del passato in balia delle richieste dei loro committenti?).

Forse il punto da cui partire, dunque, quando ci si trova al fatidico bivio della scelta tra un posto di lavoro sicuro, regolamente stipendiato, magari un po’ noioso, ma comunque rassicurante, e la via dell’artista professionista è proprio questo.
Carll si alza ogni mattina alle 8, puntuale come solo un uomo del Nord può essere, e disegna, che abbia voglia oppure no, che piova o ci sia bel tempo. Disegna anche se lo assalgono le incertezze e fanno capolino le paure (le ha anche lui!), perchè quello è il lavoro che ha scelto per sé e come in ogni lavoro ci sono le scadenze di consegna, i tempi dell’editoria, gli inconvenienti con cui fare i conti, le cose che meno si desidera fare.

E’ una battaglia continua tra il tempo da dedicare all’arte in sé e per sé e il tempo dedicato a venderla, a mettersi sulla piazza, a ricevere le critiche, elaborarle e poi partire di nuovo; tra l’ampliamento delle proprie esperienze specifiche e lo studio di come fare per farsi notare e arrivare a fine mese.

Non tutti sono fatti per battaglie quotidiane del genere. Tu lo sei?

Stella Mongodi

Insegnante al mattino, pittrice ed Eco Makeup Artist nel resto del tempo. Da sempre patita di colori, handmade e stili di vita sostenibili (nonchè di gatti). Responsabile per C+B del settore creatività, il mio motto è: "Secondo me riesco a farlo da sola". La sfida? Contagiare il resto del mondo!

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32 commenti su “Lavoro o arte, questo è il dilemma”

  1. Da artista io stessa mi sono ritrovata a combattere non solo con le leggi di mercato ma anche con il gusto delle correnti artistiche modaiole (minimalismo vs figurativo etc). Raramente ho trovato colleghi che riesco a vivere della propria arte e casualmente vivono oltralpe.
    Un famoso autore e mio mentore si era arrabbiato che oltre ad essermi sposata volevo figli. È la morte della tua arte, diceva, stai buttando il tuo talento, per poter vivere d’arte bisogna essere liberi da pensieri e lavorare più che in un lavoro regolare.
    Aveva ragione. Forza di volontà ferrea, autodisciplina, uno stato che riconosca gli sforzi degli artisti e una famiglia che capisce e sostiene.
    Il fatto che l’ispirazione sia ondivaga è un falso problema perchè più si lavora più le idee arrivano.

    • Ciao, stavo in questi giorni proprio scrivendo un post che aspetta pubblicazione sul fatto che da quando non faccio più il mio lavoro per hobby,ma ci pago i contributi e quant’altro ho deciso di dare un taglio a tutte quelle richieste di consigli che fanno perdere un sacco di tempo senza portare a nulla.
      Sarà brutto forse ma anche il costo del tempo dei creativi ha un prezzo.
      Grazie di questa riflessione

        • Ciao Stella, io intendo che realizzando articoli da regalo e/o bomboniere e coordinati per gli sposi, molti mi contattano chiedendomi hai qualche idea da propormi per una festa a tema “xxx”.
          Io in un primo tempo mi lanciavo, convinta che potesse essere un modo per vendere un lavoro, a proporre cose…mi si rispondeva..bello…ma se ci potessi aggiungere…etc..etc…
          Risultato??? Tempo perso e poi?? Forse hai solo copiato l’idea o lo hanno fatto realizzare da altri…
          Buona giornata

          • Concordo con Tania. Una delle prime situazioni in cui emerge la differenza tra lavoro e passione è proprio la gestione delle richieste generiche di informazioni/consigli. Nel mio piccolo ho sempre scelto di rispondere almeno con due righe (per mantenere una relazione positiva col mercato, vedi l’articolo di ieri di Enrica qui su C+B), ma quasi mai fornisco informazioni e consigli che equiparerei a una consulenza. Spiego che o non sono qualificata per farlo, oppure è appunto un servizio che se vogliono possono acquistare. Noi per primi dobbiamo fare cultura tra i nostri clienti, insegnando che la creatività ha un valore.

    • Grazie per l’intervento Alexia! Per quanto riguarda l’ispirazione, sono d’accordo con te. Per quanto riguarda invece il discorso sulla famiglia, lo sposarsi etc. l’ho sentito da molti, ma non mi trova pienamente d’accordo: anche quello dell’artista solo e completamente immerso nell’arte è un po’ uno stereotipo; io credo che esista una possibile conciliazione tra una vita personale ricca e la professione artistica!

    • Ciao, sono arrivata a questa pagina solo oggi e leggo che i commenti sono tutti del 2013, quindi forse è un po’ tardi per intervenire anche se l’argomento è sempre attuale. Comunque ci provo, io per esempio sono una illustratrice e grafica e lavoro come dipendente nel campo della grafica televisiva, purtroppo per come è concepito, (dis)organizzato il lavoro in TV e per meccanismi idioti che adesso non sto qui a descrivere che comunque non fanno sì che il nostro lavoro sia considerato al livello che è, e per tante altre ragioni mi trovo costretta a lavorare mentre vorrei fare altro, anni fa ho frequentato un corso biennale di oreficeria e nel pochissimo tempo libero creo gioielli a cera persa su mio disegno. Mi piace poi valutare ogni aspetto di questo “lavoro”, l’immagine, il packaging, etc. e sto cercando di mettermi in mostra ma ci sono sostanzialmente 2 grossi scogli, il primo è il tempo che è veramente poco dopo 9 ore e più quotidiane passate a fare il dipendente torni a casa e hai il tempo solo di preparare qualcosa da mangiare e buttarti sul divano a cercare di rilassarti. Il secondo scoglio è che tutti mi scoraggiano dall’aprire una partita IVA, ora hanno modificato (in peggio naturalmente) il regime De minimi e tutti mi dicono che se apro una partita IVA sarò subito inondata dalle tasse da pagare anche se non ho ancora guadagnato mezzo euro. Risultato: sono in un empasse dal quale ho pensato di svicolare provando a proporre i miei oggetti alle gallerie per delle esposizioni, mi sono creata il sito, la pagina facebook, ho messo alcuni articoli su Etsy (1 vendita…) per quanto riguarda i galleristi, sono tutti lì a chiederti soldi e non pochi, l’ultimo gallerista mi ha chiesto 500 euro + IVA per esporre da lui e il bello è che mi ha cercata lui!
      Come se ne esce? Nel frattempo il mio compagno ha anche perso il lavoro e quindi questo rende le cose anche più difficili.
      Il commento di Maddi giustamente fa notare che in altri paesi del nord europa l’arte e comunque le professioni artistiche sono più incoraggiate mentre in Italia non fanno altro che scoraggiarti, anche io ancora mi trovo davanti persone che non sanno il significato della parola “illustratore” e questo la dice lunga, inoltre io faccio anche altre cose per cui la confusione in chi mi chiede cosa faccio è totale specialmente se ha una certa età. Il lavoro da dipendente a volte può essere una trappola da cui fuggire è molto difficile e, almeno nel mio caso personale , ti pone di fronte a scelte e interrogativi da dilemma, oltre ai sensi di colpa. Dovremmo però cercare di unirci e chiedere seriamente in ambito governativo un riconoscimento delle professioni artistiche maggiore di quello attuale, un sindacato come in Francia? Una tassazione meno opprimente (almeno per i primi tre anni, come fanno per le imprese)? Bisognerebbe impuntarsi e chiedere che l’arte e le professioni artistiche siano più riconosciute, incentivate, utilizzate. E’ ora che la si smetta di far fare le illustrazioni alla “figlia del portiere che disegna tanto bene…” perché qui si continua a ricorrere ai soliti nomi oppure per convenienza e per pagare un’elemosina un lavoro che andrebbe affidato a un professionista, lo si affida a chi professionista non è. Scusate, forse sono andata fuori tema ma la situazione è deprimente!

  2. Da piccola volevo fare la musicista di strada, suonare i miei pezzi negli angoli delle strade, suonare davanti ai locali. tutti mi dicevano che avrei fatto la fame. Non sono un’artista, la fame la sto facendo lo stesso!!

  3. Da piccola volevo fare la musicista di strada, suonare i miei pezzi negli angoli delle strade, suonare davanti ai locali. tutti mi dicevano che avrei fatto la fame. Non sono un’artista, la fame la sto facendo lo stesso!!

  4. ciao Stella,
    conosco molto bene Carll, e condivido la tua riflessione.
    C’è da dire che lui è fiammingo, e che il governo fiammingo paga lui, e come lui altri professionisti, per il solo fatto di ‘esportare’ altrove la loro cultura e il loro immaginario.
    Condivido l’idea di vendersi – è una cosa necessaria, che piaccia o meno – ma dipende molto dal mercato che ‘ti compra’.
    Molti paesi esteri, per prima la Francia e altri in Nord Europa, hanno i sindacati per chi è un professionista nella creatività (grafica, illustrazione, editoria). In Italia quando dico che sono illustratrice mi chiedono cosa significhi.
    Per fortuna internet ci consente di raggiungere le Fiandre e non solo con un clic di mouse, e questo dà speranza a chi vive sul suolo italiano di raggiungere committenti altrimenti irraggiungibili.
    Resta fermo il punto in cui noi e solo noi possiamo e dobbiamo prendere il mestiere creativo come un lavoro vero e proprio, senza cadere nelle trappole mentali del nostro paese o di chi tenta di relegare la creatività ad un posto di serie B.
    Purtroppo non bastano le buone intenzioni e a volte neanche molto talento se si resta rinchiusi in camera a dipingere o tagliuzzare cartoncino. Bisogna uscire e dirlo al mondo!
    A me a volte piacerebbe trovare le parole giuste 🙂
    Mi rifiuto di credere che quello che amo più di tutto fare debba restare solo un hobby o una passione nei ritagli di tempo. Qualcuno più saggio di me ha detto “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”.
    Ho un lavoro a tempo indeterminato che molti mi invidiano, ma io coltivo il coraggio che mi consenta di lasciare questa sicurezza illusoria per dedicare le mie energie – tutte – a quello che desidero nel profondo.
    Spero di conoscerti dal vivo, sarebbe bello chiacchierare un po’.
    Maddi

    • Carissima Maddalena,
      grazie del commento lungo ed esaustivo!
      Purtroppo è vero, non viviamo in un paese che, pur avendo alle spalle una storia d’arte di secoli, premia molto e sostiene chi dell’arte vuole fare il proprio lavoro. E’ anche vero che siamo un paese di “pigri”: qui da noi i cliché continuano a vivere da zombie anche quando non hanno più ragion d’essere e i modi di fare basati sulla parola, sulla tradizione, su ciò che si è sempre fatto restano spesso la realtà odierna con cui confrontarsi.
      Come tutti i cambiamenti, ciascuno può solo fare la parte che lo riguarda e già percepire con un po’ più di chiarezza il proprio status di artisti lavoratori potrebbe favorire l’instaurarsi di buone pratiche…

      Se hai contributi da offrire, la tua esperienza, consigli derivanti dalla tua storia (mi pare di capire che l’illustratrice è un secondo lavoro?), scrivici: c+b nasce proprio con lo scopo di condividere al massimo e di far rete!

      Io sono di Pavia, tu? 😀

  5. Ciao,
    per come la vedo io non tutti quelli che lavorano con la creatività sono artisti, alcuni magari sono bravissimi artigiani… E non è per me una distinzione di valore, ma di tipo di lavori. Chiaramente l’artigianato merita e necessita di essere pagato, perché è un mestiere!
    Artista si può essere anche senza saperlo, anche senza promuoversi o cercare un pubblico, credo. Artigiano invece è chi usa la creatività per realizzare oggetti o servizi utili o piacevoli per gli altri! Almeno, così la vedo io, e mi piace immaginarmi come un’artigiana delle emozioni 🙂
    (sto frequentando una scuola di Counseling)

    Comunque, è vero che spesso essendo professioni meno quantificabili (un chilo di creatività non si vende al mercato) risulta più difficile dare un valore monetario alle proprie idee…

    • Non intendevo dire che non sono artisti quelli che non ne fanno un lavoro eh!
      Solo credo sia importante capire quale sia la differenza tra portare avanti una passione e invece intraprendere una carriera…

      • Sì, certo, concordo!
        Forse ieri ero un po’ cotta e mi è uscito un commento un po’ confuso 🙂

  6. Commenti tutti condivisibili. Io sto tentando la strada degli infoprodotti nella mia nicchia (o per meglio dire, nel mio mercato): la danza, sia in italiano che in inglese. Avendo appena iniziato ho soltanto venduto una manciata di report, ma sempre meglio di niente! Questo è un business duplicabile e scalabile, e in prospettiva può aiutare a sostenere in automatico le spese di famiglia (sono ballerina e insegnante di danza ma ho due figli da mantenere)

  7. ciao Stella! no perdona me, che dò per scontato che lo slang dell’infomarketer sia comunemente conosciuto e invece no! Infoprodotto è qualsiasi prodotto digitale acquistabile online, e nello specifico per report intendo un pdf di manualistica, molto più snello, economico e digeribile di un ebook su un dato argomento 🙂

  8. Ciao Stella! eh sì, hai toccato un punto molto caldo e una questione molto “complicata”.
    Ho una piccola galleria d’arte da sette anni in paese di provincia: anche se la zona è molto bella, ricca di potenzialità, faccio molta fatica. Sì, non sono un’artista, sono semplicemente “dall’altra parte” nel senso che io mi occupo proprio di quel lato commerciale e imprenditoriale dell’arte ( che molti denigrano o snobbano, ma sorry, è indispensabile). Li aiuto a promuoversi, a esporre, a proporre i loro lavori. E quasi nessuno dei miei artisti è “a tutto tondo”: purtroppo molti di loro hanno un altro lavoro di “appoggio”…oppure l’arte è di appoggio al loro lavoro? Il bello, ironicamente, di tutta la faccenda, è che anche io sono continuamente obbligata a fare “altro” per mantenere in piedi la mia adorata galleria! Mi sono spesso chiesta se questo è un problema tutti italiano…Ho lavorato alcune volte all’estero, lavoro con artisti stranieri…e per molti di loro non è così difficile. In ogni caso sto tenendo duro e sto lavorando nel mio piccolo per fare sì che l’arte diventi “pane quotidiano” anche qui e che l’artista sia concepito da tutti come qualcuno che è utile alla società, anzi, è una sorta di “oracolo” per tutti noi. Grazie comunque di aver affrontato questo discorso così delicatamente! Sara

    • Cara Sara,
      grazie del tuo intervento, ogni punto di vista è prezioso.
      Il discorso del secondo, terzo lavoro purtroppo è doloroso, anche perchè….non si può fare tutto con la stessa attenzione e impegno (e io sono la prima a barcamenarsi tra mille modi di sbarcare il lunario). E’ anche vero che forse, abbattendo con il virtuale le barriere nazionali, si possono imparare e riprodurre le esperienze di chi sta altrove e ce la fa (per quanto, ovviamente, le tasse, i costi etc non dipendano da noi) e trovare un mercato più grande. Certo è un peccato che proprio la patria dell’arte viva questa situazione.
      In bocca al lupo per la tua galleria; se ti va di partecipare attivamente alla comunità, raccontaci più estesamente la tua esperienza: non avevo pensato a quanto potrebbe essere interessante lo sguardo di chi, come dici tu, sta dall’altra parte della barricata!

      • grazie a te davvero…la cosa che mi è mancata di più in questi sette anni di lavoro: il confronto! poter condividere con qualcuno i timori le paure e i momenti bui, ma anche le gioie e le soddisfazioni di questo “settore”!

  9. Che bello!! Ahhhh tutto in italiano donne artiste artigiane pappe nanne (cacche) soldi (pochisssimi!).. Io ce sto a prova’ , l’ho presa un po’ alla lontana una ventina di anni fa iniziando a dipingere in Spagna, durante l’erasmus.. Questo è il mio secondo anno in Olanda, sono arrivata con figli piccolissimi (e cane) per amore… Mi sono cancellata dall’albo degli avvocati, ho fatto una piccola mostra , un piccolo rudimentale blog, e sto vendendo i miei lavori. Non ci mangio ancora: il tempo dedicato è’ ancora poco..ma sempre di più. Sono tornata a studiare arte grazie ai figli e ho scoperto che mostrare e cedere il mio lavoro e’ la forma matura della mia creatività .. La trasmissione.. Sono in Olanda, al nord, tengo famiglia… E si, e’ dura, e chissà, ma è questa vita qui, preziosa

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